ARTI MARZIALI

Di seguito ti proponiamo una descrizione generale di quelle che vengono definite Arti Marziali.


 

 

Le Arti Marziali praticate nel KIHON

Nell'ambito del Kihon è possibile praticare diverse discipline, quali:

ARTI MARZIALI
Propedeutica per bambini

Kihon Kenpo

Kihon Aikido

Aikibudo

Questo rappresenta per noi un percorso marziale tra i più completi in assoluto, ove si scelga di percorrere tutte le discipline congiuntamente, discipline però che nel contempo possono essere praticate in maniera distinta ed autonoma a seconda delle proprie inclinazioni.

Cos'è un'arte marziale?

Al giorno d’oggi è diventato normale per noi considerare l’esistenza di numerose Arti Marziali, scuole, stili. Alcuni vantano origini antiche, altri rivisitazioni moderne.

La rosa delle possibilità, per chi si avvicina per la prima volta a questo particolare mondo, appare tanto ricca e varia da suscitare un certo imbarazzo nel povero neofita, che si trova disorientato e privo di riferimenti. Se a tutto questo poi si aggiunge che in qualunque scuola si avvicini per informazioni, trova commenti del tipo “è vero ci sono molte scuole e molte arti marziali, ma noi siamo indiscutibilmente i migliori”, la confusione non può che aumentare.

Credo sia opportuno quindi fare un po’ di chiarezza.

Innanzitutto cerchiamo di capire il significato reale (basato cioè su realtà storiche) delle parole: “arte marziale”, “stile” e “scuola”.

A grandi linee possiamo dire che, allo stato attuale, un’arte marziale consiste in un metodo codificato di tecniche risolutive di un conflitto, e che all’interno della stessa arte marziale possano nascere stili o scuole che esaltano degli aspetti peculiari di quel metodo piuttosto che altri. Quindi ad esempio avremo l’arte marziale Karate, all’interno della quale sono stati creati, nel corso della storia, numerosi stili come: Wado Ryu, Goju Ryu, Shotokan ecc. che si differenziano per alcune particolari scelte tecniche più o meno uniche ed originali (A volte la differenza è talmente piccola che risulta davvero difficile distinguere uno stile dall’altro).

La cosa che sorprendente, e che pochi sanno, è che in passato la situazione non era affatto questa.

Nei momenti storici nei quali si combatteva veramente sui campi di battaglia, al contrario di quanto si possa supporre, non esistevano infatti molti stili e questo per un motivo molto semplice: perché non aveva alcun senso.

Immaginate un samurai che vedendo una tecnica efficace e che poteva assicurargli la vittoria (e quindi la vita) in battaglia, dicesse: "Bella, ma non rientra nei metodi che mi sono stati insegnati e quindi non la faccio." Non sarebbe assurdo?

In epoca di battaglie e di duelli (veri) non esistevano infatti le scuole (intese come ryu, che è un termine che potremmo tradurre come “stile” o “tradizione”), bensì esistevano Maestri d’armi i quali insegnavano quello che avevano studiato ed appreso dalla loro esperienza, senza curarsi particolarmente di dare un nome o di catalogare tale bagaglio. Al limite nominavano la loro famiglia secondo la rigida etichetta giapponese.

Per farla breve il guerriero, quando era in gioco la sua vita, cercava di utilizzare ovviamente qualunque cosa potesse rivelarsi utile alla vittoria e quindi al fatto di continuare a camminare su questa terra.

Ovviamente dei nomi esistevano, ma erano utilizzati soprattutto per identificare genericamente la materia o l’arma che si stava studiando, e quindi avevamo il Kenjutzu (Arte della Spada), il TaiJutzu (combattimento corpo a corpo), lo Yarijutsu (Arte della Lancia) e così via, oppure la particolare famiglia o tradizione attraverso la quale erano state perfezionate le tecniche apprese.

Fu solo in epoca di pace (nella quale molti guerrieri dovevano trovare altre motivazioni ai loro allenamenti quotidiani) che cominciarono a sorgere le scuole di Arti Marziali come noi oggi le intendiamo, e dato che i maestri erano tanti ed ognuno voleva la sua fetta di adepti, si cominciò a trovare “conveniente” differenziare i propri insegnamenti dagli altri in modo da renderli unici. Ed ecco nascere e proliferare stili, scuole, ideologie, sette ecc. fino ai giorni nostri nei quali pochi sanno bene quali siano effettivamente le reali origini del sistema di combattimento che pratica ogni giorno.

Tali affermazioni possono sembrare audaci e semplicistiche, soprattutto per chi è giustamente fedele allo stile che pratica e coltiva magari da anni, tuttavia bisogna tenere in considerazione, e questo costituisce un altro elemento chiave del nostro discorso, che la creazione di un sistema, di qualunque cosa si tratti, sia esso Arte Marziale o corrente artistica, o rivoluzione tecnologica, deve essere inteso, in ambito storico, come un evento, e come tale, figlio del contesto socio-culturale e quindi del periodo e del luogo in cui ha origine. Questo nulla toglie alla valenza che molti sistemi hanno acquisito nel corso di secoli con l’incommensurabile contributo di grandi Maestri che ne hanno ampliato le visuali fino ad elevarle al rango di vere e proprie filosofie. Con questo voglio dire che se pure uno stile possa avere avuto le sue origini in una differenziazione più o meno forzata e spinta da un contesto storico o da un’esigenza pratica, nel coso degli anni, i maestri che hanno sviluppato e portato avanti quello stile possono averlo arricchito di grandi valori non solo tecnici ma etici e didattici. Così come dalla semplice commissione di un papa di decorare una volta e una parete di una cappella nacque la magnifica Cappella Sistina.

 Analisi dei sistemi di combattimento.

La nostra attenzione ora credo sia il caso di spostarla a una breve analisi di cosa effettivamente sia e da quali basi nasca un sistema di combattimento. Solo avendo chiaro i meccanismi interni di tale atavica azione potremo avere la presunzione di capire un suo particolare metodo.  

 Il Paradigma originario

Parlando di sistemi di combattimento possiamo affermare senza difficoltà che più o meno hanno tutti un denominatore comune che ne costituisce la motivazione di base:

 “Cercare di risolvere uno scontro facendo in modo di vincere prevaricando l’avversario”.

 In questa frase ho appena utilizzato verbi importanti: “risolvere” “vincere” e “prevaricare”, e un sostantivo di altrettanta rilevanza “avversario”. Dietro queste parole vedremo che si nascondono grossi significati che costituiscono una delle chiavi di lettura più importanti per la comprensione delle Arti Marziali in generale e della peculiarità dell’Aikido. Analizziamole insieme.

 Concetto di “risoluzione”

Può essere considerato il punto di partenza di ogni sistema di combattimento. In effetti, se si riflette bene sul contesto di un conflitto, lo scopo sostanzialmente risulta quello di “risolverlo” subito e possibilmente a proprio favore. Insomma un conflitto ci pone in una situazione di disagio che vorremmo finisse prima possibile.

E’ stato senz’altro questo a spingere l’uomo verso la ricerca della tecnica di combattimento che altro non è se non il risultato della ricerca dell’efficacia pratica con il minimo dispendio di energie (ricordiamo che in tempi di battaglie non erano pensabili combattimenti interminabili e con un solo avversario).

Ognuno, chi più chi meno, si mise quindi a studiare e catalogare tecniche e sistemi al fine di raggiungere questi precisi scopi.

Già ci stiamo ponendo in una visione diversa.

Proviamo ora a pensare, partendo dai principi appena esposti, ai bellissimi volteggi e calci altissimi, alle spaccate e ai salti che abbiamo visto al cinema e trasportiamoli in un contesto di mischia nel quale spazi e distanze sono ridotte e dove abbiamo gente che ci vuole morti da tutte le parti. Secondo voi potrebbe essere una scelta acuta sprecare tutte queste energie in acrobazie spettacolari, ammesso che riusciamo a farle?

Personalmente credo di no.

La ricerca originale doveva essere stata per forza orientata a movimenti il più possibili razionali e orientati al risultato più che allo stile.

A questo punto può venire spontanea una domanda: allora perché sono stati creati stili tanto spettacolari e fisici?

Come ho detto prima gli stili e le tecniche che studiamo ora attingono sì da sistemi antichi, ma essenzialmente si sono sviluppate in tempi di pace. Ma più avanti avremo modo di ampliare anche questo discorso. Proseguiamo ora nell’analizzare l’altra parola a cui abbiamo attribuito particolare importanza all’interno del paradigma di cui sopra.

 

Concetto di “prevaricazione” 

Generalmente in uno scontro nel quale vengono chiamate in causa le arti marziali, le dinamiche potrebbero essere tradotte con queste frasi:
 

  1. Se solo pensi di attaccarmi, io lo faccio per primo e senza darti nemmeno modo di reagire;

    oppure

     

  2. Se tenti di farmi male io faccio in modo di farti peggio.

 

Sono due concetti apparentemente diversi ma intimamente simili.

Nel primo caso si tratta attacco puro condito quasi sempre, o da una grande insicurezza, o da un sentimento di onnipotenza dato dalla padronanza di alcune tecniche effettivamente efficaci e la voglia irrefrenabile di dimostrarle.

E’ puro senso di prevaricazione che funziona fino a quando non si incontra qualcuno che sa il fatto suo e che non si lascia intimorire (e prima o poi è sicuro che capiti, se non per situazioni e contesti, per differenza d’età).

Nel secondo caso abbiamo un livello superiore di gestione dei conflitti, dato che si parla comunque di difesa, ma poi la cosa si risolve con una reazione che combacia con il primo caso, vale a dire la voglia di prevaricare e di annientare il malcapitato che non ha capito con chi aveva a che fare.

Senza dilungarci ulteriormente, rimandiamo ai paragrafi successivi l’analisi del particolare e diverso approccio dell’Aikido verso le stesse situazioni.

Passiamo ora all’analisi dell’ultima parola del paradigma:

 

Concetto di “avversario”

Generalmente, in ambito marziale, si usa parlare di “tecniche contro uno o più avversari”.

Sembra banale quanto innocua, ma dietro a questa parola si nasconde un concetto che non sarebbe affatto audace identificare come la vera causa dei conflitti tra gli uomini.

La parola “avversario” è infatti intimamente connessa con il concetto di “diverso”.

Avversario è chi invade, chi non è della nostra specie o del nostro gruppo. Chi non rientra nella nostra cerchia della fiducia. E’ il “nemico” che merita di essere sottomesso. Colui che sbaglia per definizione, colui che non deve “entrare”.

Concludo questo breve accenno a concetti che verranno sviluppati in seguito, con una inquietante analogia:

sapete qual è il significato della parola Diavolo?... è “il separatore”;

e indovinate un po’ cosa vuol dire la parola Satana?...... è “avversario”.

 

Strano no?

 

Etica e Filosofia nelle arti marziali

Direi che ora abbiamo gli elementi necessari per introdurre un argomento che ci porterà in fine a capire su cosa poggia veramente l’unicità dell’Aikido, l’etica.

Diciamo innanzitutto che le arti marziali si possono suddividere in due grandi categorie:

 

 

Nella cultura giapponese possiamo, più per comodità che per rigore, identificare le prime con quelle che utilizzano il suffisso “Jutzu (o Jitzu)” che appunto può essere tradotto con “metodo, sistema, arte” ecc, e quelle appartenenti alla seconda categoria quelle arti marziali che hanno scelto il suffisso “Do” che sta a significare appunto “Via” nel senso figurato di “percorso spirituale”. Facciamo qualche esempio che possa aiutarci a capire.

Molti di noi conoscono il Ju-Jitzu ed il Ju-Do. Come vedete utilizzano la stessa idea di principio che è Ju (che viene tradotto con “cedevolezza”), e non è un caso, in effetti il Ju-Do provenga direttamente dal Ju-Jitzu, con la differenza che, mentre il Ju-Jitzu consiste in un antico metodo di combattimento senz’armi utilizzato dai guerrieri giapponesi in battaglia, il Ju-Do è un metodo sviluppato nella prima metà del XX secolo dal Prof. Kano Jigoro, come sistema educativo sul piano fisico e sociale. L’uno (il Ju-Jitzu) era finalizzato semplicemente a uscirne vivi nel momento in cui si fosse impossibilitati ad utilizzare spade o lance, l’altro (il Ju-Do) è una disciplina che utilizza tecniche marziali per approfondire concetti etici e filosofici volti alla crescita interiore.

Fin qui tutto bene e anzi, trasponiamo questa differenziazione anche nelle arti marziali originarie di altri paesi, le quali per ovvi motivi non utilizzeranno i suffissi Jutzu o Do, ma che di fatto possono essere divise con lo stesso criterio.

A questo punto risulta abbastanza intuitivo non attribuire particolari valori etici alle arti Jutzu, in quanto si tratta essenzialmente di studio di tecniche di combattimento mirate a vincere su uno o più avversari senza nessuna velleità di altro genere. Attenzione non crediate con questo che le arti marziali appartenenti a questa categoria siano da sminuire o da criticare, o che non abbiano valori. Tutti noi dovremmo sempre tenere a mente che è da esse che si sono sviluppate tutte le altre e che esse costituiscono quindi un patrimonio storico preziosissimo. Inoltre esse stesse, per loro natura (ricordiamo che lo scopo principale è l’efficacia pratica) spesso raggiungono livelli tecnici molto avanzati, essendo appunto la “tecnica” il loro pane quotidiano.

Per quanto riguarda le arti marziali appartenenti alla seconda categoria (le “Do”) invece, il discorso diviene subito più articolato. Innanzitutto vi è il fatto che, come già accennato in precedenza, quasi la totalità di questi metodi è stato fondato in tempi di pace. In tali periodi infatti vi erano molti fattori che potevano indurre a credere che il tempo delle arti marziali come tradizionalmente si intendeva, fosse finito. Da un lato il paese (quale che fosse) godeva di un momento di relativa tranquillità e quindi il bisogno pratico di apprendere dei sistemi di combattimento assumeva una rilevanza sempre più relativa. Dall’altro era l’epoca di grandi scoperte e di innovazioni tecnologiche che avevano riscontri clamorosi anche e soprattutto in campo bellico, facendo affievolire sempre più la considerazione di cui godevano le tecniche di combattimento con armi antiche o corpo a corpo. Si pensava insomma che con l’avvento delle armi da fuoco imparare l’arte della spada fosse quantomeno anacronistico se non addirittura ridicolo. Il film “L’ultimo samurai”, se pur con i suoi inevitabili limiti provenienti dalle esigenze cinematografiche e scelte politiche, in questo caso però ci viene in aiuto nel capire questo particolare momento, fotografando il Giappone in tale fase di transizione tra spada e fucile. Ovviamente è inutile dire che tali considerazioni non sono applicabili solo al paese del Solo Levante, dato che in genere tutti i paesi hanno passato le stesse situazioni ed affrontato le medesime questioni. In tali contesti storici e socio-culturali, il tema fondamentale che assillava i cultori delle arti marziali tradizionali, era trovare essenzialmente una motivazione diversa che potesse giustificare il continuare a studiare queste discipline. Dire che consistevano in sistemi avanzati di combattimento, non era più sufficiente nell’epoca di pistole e fucili. Detta così può sembrare semplicistico e scarno, soprattutto quando si parla della genesi di discipline che nel tempo hanno dimostrato ampiamente il loro valore in tema etico e filosofico, ma non dimentichiamo che molto spesso nella storia le intuizioni più geniali scaturiscono da bisogni semplici e che il risultato di tali intuizioni travalica e trascende le prime pratiche velleità. In tutto questo bisogna poi considerare un fattore di non poca rilevanza. Anche le discipline marziali antiche ( le Jutzu per intenderci) erano supportate da una profonda filosofia, anche se utilizzata anch’esse in senso pratico. Mi spiego. Quando in tempi antichi si doveva affrontare battaglie e duelli, si doveva indubbiamente affrontare il tema che consisteva nel potentissimo istinto all’auto-conservazione, insomma, detta in soldini, la “paura di morire”. Chi non ne avrebbe? Non dimentichiamo che l’azione in un combattimento mortale, è in natura innescata dall’istinto. Il predatore attacca per fame e la preda si difende per disperazione nel momento in cui si rende conto dell’impossibilità di scappare.

L’uomo non differisce in tali meccanismi. Per attaccare “naturalmente” deve essere provocato o spinto da risentimenti e per difendersi deve essere attaccato. Quando in tempi antichi si preparava una battaglia, un guerriero sapeva benissimo che magari avrebbe dovuto combattere contro individui mai visti prima, che certamente non avevano fatto nulla di personale né contro di lui, né contro la sua famiglia. Insomma, non vi era un vero e proprio risentimento che motivasse un’azione istintiva volta all’uccisione di qualcuno, ed il rischio che ci si ritraesse da tale contesto o che si mostrasse fatali indecisioni, era molto alto. Le alternative erano due: o si fomentavano le truppe con eventi enfatizzati (o inventati) che potessero generare risentimento e odio verso gli avversari, o si sceglieva la via della “de-personalizzazione” e dell’astrazione. Gli eserciti occidentali hanno da sempre utilizzato la prima, più immediata ed economica, gli orientali, indovinate un po’, la seconda. La scelta non è casuale e deriva da motivazioni culturali. Mentre fomentando le masse si ha un risultato immediato, ma in un certo senso si conserva l’individualità, de-personalizzare significa non solo trascendere chi si deve uccidere, ma anche e soprattutto se stessi. Il guerriero orientale era motivato da una totale abnegazione verso se stesso, e la sua vita lo interessava relativamente, e certamente non quanto il bene del suo paese o del suo signore, ecco il perché di tale scelta, la massa non si muoveva contro un avversario ma per il suo Signore e finita la battaglia era pronta per qualsiasi altra azione. Per raggiungere tale comportamento e tale credo e tale profonda convinzione, e vincere con esse la naturale paura della morte, il percorso non era però facile e necessitava di una filosofia versatile e potente, pratica quanto trascendente, in una parola, lo Zen (versione ed evoluzione giapponese del Buddismo Chan sviluppatosi in Cina). Le arti della guerra orientali erano intrise di questa particolare branca del Buddismo, ed esso costituiva le basi del pensiero e del codice dei guerrieri.

Questa piccola digressione per dire che le arti Do le quali, lo abbiamo detto, derivano direttamente dalle arti Jutsu, non sono partite da una materia arida di filosofia e di pensieri e fatta solo di spade, lance, pugni e proiezioni, ma anzi, le nuove discipline avevano già a disposizione nelle arti antiche (le Jutzu) un humus di profonde considerazioni filosofiche pronte ad accogliere e far germogliare diverse concezioni e punti di vista.

Tornando alla domanda dalla quale eravamo partiti nell’analizzare le origini delle arti Do: “Che senso ha continuare a coltivare una disciplina che tratta di strumenti superati?” Paradossalmente la risposta l’hanno fornita proprio gli effetti della pace e del progresso. In un’epoca nella quale tutto stava apparendo sempre più facile e comodo, la cosa che si rischiava di perdere era la disciplina, e con essa l’abnegazione. Ecco quindi a cosa ci si è appellati in principio: le arti marziali come sistema di educazione del corpo e della mente e come preparazione del singolo alle nuove sfide proposte dagli effetti di una nuova era. Il passo successivo fu quello poi di correlare i principi studiati nelle varie discipline con i contesti di vita quotidiana, trasponendo le tecniche studiate nel Dojo e trasformandole in metafore applicabili nel comportamento di tutti i giorni. Da qui al miglioramento interiore il passo è breve quanto naturale. Ecco finalmente la nascita delle arti Do.

Da questo momento le arti marziali iniziarono ad essere quindi correlate al vivere comune e quindi alla società ed alle sue regole. Ne deriva che dovessero professare anche valori caratteristici della civiltà intesa nel senso più genuino del termine, ma come applicare le arti della guerra al vivere civile? Semplicemente trasformandole in attività educative o, negli esempi più ambiziosi, in arti di pace.

Da questo momento in poi il tema si fa ancora più interessante. Di tentativi per arrivare ad una sorta di compromesso sostenibile infatti ne sono stati fatti tanti, e ad essere onesti, non tutti avevano come reale proposito quello di arrivare a coniare sistemi che sviluppassero un grande senso civico. Molti utilizzavano, ed utilizzano tuttora, la promozione di valori etici come pretesto per insegnare semplicemente tecniche di difesa personale. In ogni caso noi siamo qui per prendere in esame gli esperimenti più genuini e mossi da reali convinzioni.

Il punto fondamentale è che quasi la totalità delle Arti Marziali sviluppate in tal senso, hanno sì ricercato genuinamente un’etica che accompagnasse il percorso di miglioramento dello studente, ma raramente hanno espresso nelle applicazioni pratiche, tale etica. Per capire meglio questo concetto, proviamo a scendere nel pratico.

L’AM “x” professa dei sanissimi principi di pace e dei codici comportamentali esemplari. Gli strumenti di cui si serve, cioè le sue tecniche, non possono prescindere, però dall’annientamento dell’avversario.

 

Qui è importante capire che moltissime tecniche, perché siano realmente efficaci e quindi risolutive, devono essere portate a punti vitali, altrimenti fanno solo “arrabbiare” ulteriormente il nostro avversario e non “risolvono” lo scontro. Per chi dovesse essere scettico su tale affermazione, invito a riflettere sui molteplici esempi che purtroppo abbiamo a disposizione in questi tempi: combattimenti senza regole, risse da stadio, scontri di piazza ecc. Come si nota i protagonisti di questi scontri, nella maggior parte dei casi non vengono affatto fermati da un solo pugno o un solo calcio, se questi non vengono portati in precisi punti del corpo.

Molto spesso vediamo addirittura persone che capitano sotto una massa di gente inferocita che scarica decine di colpi su di loro, e non appena ne hanno la possibilità, li vediamo alzarsi e scappare a gambe levate. Tutto questo ci fa riflettere sul fatto che, nella realtà dell’azione violenta, l’uomo si trasforma in qualcosa di diverso che non ha nulla a che vedere con quello che immaginiamo in momenti “tranquilli”. In questi casi un ruolo fondamentale ce l’ha una buona dose di adrenalina, che non solo funziona da anestetizzante del dolore, ma che aziona una serie di complicati meccanismi fisiologici che predispongono in pochi attimi l’uomo allo scontro o al pericolo.

 

Compreso questo, cerchiamo di immaginare una tecnica marziale che è studiata per risolvere con una sola azione lo scontro e che ha però come suo strumento principale un pugno. Risulta chiaro che il pugno debba essere portato ad un punto vitale, altrimenti, come abbiamo detto, non “risolve” proprio niente ed il combattimento continua.

Il pugno, d’altro canto, per sua natura non può essere portato in maniera misurata bensì, perché sia efficace, deve essere dato con velocità e con una buona dose di potenza.

Ma se il pugno deve necessariamente colpire un punto vitale e non può che essere potente e veloce, ne deriva che la tecnica risulta essere potenzialmente mortale.

Allora la domanda è: dov’è di fatto la ricerca della Pace dal momento che di fatto si reagisce ad un attacco con la probabile uccisione del nostro aggressore?
Su questo tema svilupperemo più avanti discorsi più approfonditi.

 

Arte Marziale e Sport

Dopo aver dato un rapido sguardo su quelle che potremmo definire come le spinte originarie che hanno portato alla creazione delle principali Arti Marziali, è’ arrivato ora il momento di calarci nella realtà di oggi e di analizzare come si è evoluto e come viene percepito attualmente il concetto di Arte Marziale. Focalizzeremo soprattutto la nostra attenzione sulla differenza sostanziale che intercorre tra Sport e Arte Marziale, tentando di chiarificarne i caratteri distintivi.

 

Generalmente oggi siamo abituati ad associare qualsiasi attività che implichi un confronto fisico, o comunque lo studio di tecniche finalizzate allo stesso, come forme più o meno moderne di arte marziale. Che esse siano riconosciute come sport olimpici o che siano combattute in una gabbia piuttosto che su un ring o un tappeto; che vengano studiate in un tempio o in una palestra di aerobica, mettiamo tutto nel grande calderone delle Arti Marziali. Effettivamente vi è molta confusione in proposito, e sono cosciente del fatto che quello che sto per dire può disorientare o suscitare risentimento. Vorrei sottolineare quindi subito una cosa. Le considerazioni qui esposte non sono minimamente volte a sminuire in qualche modo ciò che non troverete definito come “arte marziale”, bensì mirano a fare chiarezza sul tema utilizzando dei dati di fatto scaturiti dall’applicazione pratica.

 

Iniziamo subito con il fare una distinzione tra attività che prevedono gare e non.

Tutto ciò che trova la sua finalizzazione in una gara necessita di regole ben precise, concepite al fine di evitare il più possibile incidenti, e consentire nel contempo la definizione di chi sia il vincitore. Quando si parla di combattimenti il tutto si traduce nell’utilizzo di diversi espedienti quali:

 

 

Le arti marziali di contro sono nate, se vogliamo definire forse la motivazione primaria, dall’esigenza squisitamente pratica di sopravvivere ad uno scontro.

Nella sua accezione più cruda e senza considerare gli aspetti filosofici che ne scaturirono a posteriori, possiamo affermare che l’arte marziale era una ricerca continua di tecniche utili a restare vivi, il che coincideva sì con la vittoria ma, dal punto di vista individuale doveva essere, per ovvie ragioni, secondario. Nelle arti marziali originarie quindi non vi erano regole o arbitri, o considerazioni del tipo “oggi non mi sento di combattere e mi ritiro dal torneo…”, o “la giuria mi ha penalizzato perché era di parte..” , o “ ho la gamba che mi fa male, meglio rinunciare alle nazionali per prepararmi alle olimpiadi..” ecc. Ogni colpo era buono, ogni momento era buono, ogni contesto era buono e non c’era giusto o sbagliato, né corretto o scorretto, c’era solo vita o morte.

 

Con questo non voglio dire che le attività agonistiche siano meno “toste” di un’arte marziale definita tale. Anzi, come vedremo in seguito, sotto un certo punto di vista, ed allo stato attuale, potremmo dire il contrario, ma credo che sia importante non confondere le due cose.

 

Per approfondire e nel contempo rendere più chiari i concetti sopra esposti, credo che sia utile vedere le differenze dal punto di vista pratico facendo l’esempio del Karate e provando a comparare gli stessi momenti di un combattimento analizzati dal punto di vista marziale e da quello agonistico. 

Momento

Combattimento agonistico

Combattimento marziale

Incontro

I due contendenti si salutano vicendevolmente e rispettosamente davanti ad una giuria. Entrambi sanno perché sono lì e probabilmente già si sono visti altre volte, o almeno si conoscono sotto gli aspetti tecnici avendo assistito l’uno a gli incontri dell’altro. Il loro scopo è strappare punti e vincere.

Due uomini si incontrano. Nessuno sa nulla dell’altro. Non sanno nemmeno se vi sarà uno scontro oppure si saluteranno con cortesia per poi non rivedersi mai più. In ogni caso, entrambe sono pronti a mettersi in guardia e si tengono a debita distanza.

Inizio

L’arbitro, appurato che i due contendenti sono pronti ed in posizione, grida : “Ajime!”. Ha inizio il combattimento.

Accennando un saluto di cortesia uno dei due uomini si avvicina all’altro accennando ad un inchino. L’altro risponde con la medesima attenta cortesia. Nell’attimo esatto in cui china la testa, però l’altro lo attacca furiosamente con un coltello mirando dritto al collo.

La guardia

I due si muovono saltellando sul tatami, attenti a non uscire dal quadrato. L’attenzione dell’uno è completamente focalizzata sull’altro, e i loro movimenti sono sciolti. Sanno che qualunque cosa succeda vi sono ben tre arbitri, medici, pronto soccorso e protezioni, ma soprattutto sono certi di chi e dove sia il loro avversario, e che l’incontro ha una durata fissa, per la quale si sono allenati.

L’uomo schiva il fendente allontanandosi e si mette in guardia stabile. Immediatamente la sua attenzione scandaglia la situazione esaminando vari aspetti in poche frazioni di secondo:

  1. Il luogo.
    Controlla cosa vi sia intorno a lui e se potrebbero esserci le condizioni per essere attaccati alle spalle da altre persone.
  2. Il terreno.
    Controlla se la superficie su cui si trova è irregolare o scivolosa, o vi siano ostacoli che gli possano impedire dei movimenti.
  3. Il sole.
    Controlla dove sia il Sole in quel momento. In base a quello deciderà dove muoversi onde evitare di ritrovarselo in faccia.

La sua attenzione non può essere focalizzata solo sul suo avversario perché sa che ce ne potrebbero essere degli altri, e le sue energie le risparmia perché non ha la minima idea di quanto durerà quella assurda situazione.

Scopo

Vincere la medaglia, il titolo, il torneo, la coppa ecc.

Uscirne vivo.

Obbiettivi tecnici.

Ottenere dei punti entrando con dei colpi nella guardia dell’avversario, ma senza affondare, né toccare mai il viso (pena la squalifica). Se non andrà bene la prima tecnica, durante il combattimento ci sarà tempo e modo di rifarsi.

Entrambe i combattenti sanno che non basterà entrare con dei colpi, che siano dati con il coltello o a mani nude. I corpi di entrambe sono inondati di adrenalina e non sentiranno né dolore né potenza. Se il colpo non viene portato in punti vitali, l’azione dell’altro non si arresterà ed il combattimento andrà avanti. E’ anche possibile che pur colpendo in un punto vitale, l’altro prima di cadere possa colpire a sua volta e ferire a morte (soprattutto se ha un’arma). Quindi bisognerà colpire con precisione chirurgica punti vitali e, nel contempo, stare molto attenti alla posizione nella quale ci si trova all’atto dell’esecuzione della tecnica e possibilmente allontanandosi immediatamente dopo il colpo.

In ogni caso il combattimento deve essere risolto il prima possibile.

Strumenti

Per evitare incidenti, in ambito agonistico, si è deciso di eliminare i colpi più letali e pericolosi e conseguentemente, la rosa delle tecniche consentite è necessariamente limitata. Generalmente nei combattimenti agonistici di karate raramente si va oltre un paio di tecniche di braccia (che di solito sono giakutzuki e uraken) e tre o quattro tecniche di gambe (maegeri, mawashigeri, yokogeri, ushirogeri). Se si va a terra, l’arbitro interverrà, facendo riprendere dalla posizione iniziale, quindi non c’è bisogno di studiare particolari tecniche di caduta (ukemi) o tecniche di combattimento a terra (o da terra).

In ambito marziale tutto è consentito, e quindi da tutto bisogna imparare a difendersi. Ogni tecnica può essere utilizzata e ogni strumento può servire a realizzarla, dal coltello al bastone, dal sasso alla polvere. In più i due combattenti, non conoscendosi, non hanno la minima idea del bagaglio tecnico dell’altro. Per sopravvivere bisogna padroneggiare ogni situazione.

Probabilmente nessuno li vedrà e in ogni caso raramente interverrà (onde evitare danni alla sua persona).

Le tecniche utilizzate non avranno nulla di spettacolare, ma saranno portate nella maniera più efficace possibile e nell’ottica del massimo risparmio di energie.

 

Questo piccolo esempio già ci propone una visione diversa della faccenda. Ovviamente le considerazioni di cui sopra possono essere applicate ad ogni combattimento agonistico, anche i famosi combattimenti senza regole, che apparentemente ci sembrano così veritieri, alla fine si svolgono sulle loro brave superfici piane e delimitate, hanno i loro assistenti, i loro arbitri ecc.

 

Vista così sembra che tutto fili e che sia lecito pensare che un’arte marziale propriamente detta, studi di fatto, aspetti infinitamente più complicati di uno sport da combattimento, e che sia dunque più difficile e rivolta a pochi “pazzi” eletti.

Ma, proprio in virtu del detto cinese:“ quando sei certo di un punto di vista, quello è il momento in cui lo devi cambiare”,le cose non stanno proprio così.

Il concetto è molto semplice. Un’Arte Marziale, per essere studiata con i presupposti che abbiamo appena espresso, non può prevedere combattimenti veri e propri in sede di allenamento. O meglio può prevedere surrogati che si avvicinano più possibile alla realtà, ma che non arriveranno mai, per ovvie ragioni, alla completa, cruda verità del combattimento per la vita e per la morte. Questa limitazione, in tempo di guerra, era ampiamente compensata dalle battaglie e dai duelli, nei quali si aveva modo di mettere alla prova “veramente” tutto lo studio e gli estenuanti allenamenti a cui si sottoponeva la classe guerriera. Con l’avvento dei periodi di pace, e ringraziamo il cielo per questo, questo genere di test estremi è venuto a mancare; al quesito che metteva in dubbio se fosse o no opportuno il continuare a studiare vecchi sistemi di combattimento, si aggiungeva, come se non bastasse, anche la questione di come continuare a studiare “veramente” l’arte marziale. Le risposte sono state molteplici. Molti, come abbiamo detto, hanno preferito buttarsi nell’agonismo, ritenendo indispensabile una qualche forma di scontro diretto, mediante il quale si potesse, effettivamente mettere alla prova la propria crescita tecnica, se pur consapevoli delle limitazioni a cui sarebbero andati incontro (vedi sopra). Altri hanno preferito una soluzione mista continuando a studiare kata e tecniche tradizionali, ma mettendosi comunque in gioco in qualche gara; altri ancora, in fine hanno scelto di continuare con il metodo tradizionale, aborrendo l’agonismo e coltivando la disciplina come anticamente veniva fatto. Per le prime due categorie vi erano dunque delle prove da affrontare contro avversari che certamente non avevano nessuna intenzione di soccombere o perdere, mentre le scuole che avevano scelto la terza opzione, non dovendosi “scontrare” con nessuno se non con membri della propria scuola, potevano, per così dire, stabilire le proprie regole e le proprie limitazioni in maniera del tutto indipendente ed autonoma. Sostanzialmente era il Maestro che stabiliva quale fosse la didattica per lui più conveniente e produttiva. Insomma il Maestro di una scuola tradizionale, rappresentava, per i suoi studenti, la Legge insindacabile.

Si ponevano a quel punto due problemi di fondamentale importanza. Il primo era che tale legge non poteva essere messa alla prova, dato che non erano previsti confronti con altre scuole (e altre leggi). Al massimo ci si incontrava, come succede tuttora, per dei seminari o degli allenamenti collettivi nei quali ci si scambiano tecniche e sudore evitando accuratamente critiche e confronti.

Il secondo, ma non ultimo, era che elementi come veridicità dei messaggi, efficacia delle tecniche, valore della didattica in termini di crescita degli studenti, interpretazione del messaggio originale della disciplina ecc., erano interamente affidati ad un singolo individuo: il Maestro appunto. Ora… fin quando il Maestro può considerarsi veramente tale (ed in seguito parleremo ampiamente anche su questo tema) tutto fila; i problemi si possono verificare quando la persona che insegna non possiede quel bagaglio di esperienza tale da poter affrontare certi temi con cognizione e con perizia, e va avanti per supposizioni o, peggio ancora per teorie lette o dette senza essersi preoccupato di testarle sulla propria pelle, il che è già pericoloso quando si tratta di tecniche, figuriamoci quando la materia in questione è l’etica o peggio le interpretazioni filosofiche di ciò che si sta studiando.

Anni fa lessi in un libro, di cui volutamente non cito né titolo né autore, un concetto singolare. L’autore affermava in sostanza che, dato che un particolare attacco circolare poteva essere parato in un certo modo, quella era la maniera più indicata di fronteggiare qualsiasi altro tipo di attacco circolare. Sulla carta tutto fila, dato che in termini di linee e di forze non apparivano grosse differenze, peccato che se poi si tentava di mettere in pratica la lezione, si finiva subito in infermeria. Con tutta probabilità l’autore, di cui, a parte queste piccole defaillance riconosco però il valore come scrittore, come storico e come ricercatore, aveva “dedotto”, in maniera teorica e logica, delle azioni che custodivano invece, nel loro svolgimento reale, molte sfumature e variabili che solo la pratica poteva evidenziare.

Di esempi del genere se ne potrebbero fare all’infinito, e in ogni caso torneremo sulla questione più avanti. Per il momento, tornando alla tema principale di questo paragrafo, mi sembra che ora possiamo essere nella condizione di affermare che non sempre, un’arte marziale studiata in maniera tradizionale e senza agonismo o incontri, possa effettivamente essere studiata in maniera seria ed esauriente, in quanto la sua didattica dipende essenzialmente da un solo Maestro e non può essere, di fatto messa alla prova in senso realistico. Ne consegue quindi che, di fatto a tutt’oggi si trovano molto più spesso elementi realistici e vicini alla tecnica originale in una competizione sportiva, che in una dimostrazione di uno stile tradizionale. Di contro l’agonismo esige anch’esso il suo scotto da pagare limitando per forza di cose le azioni e le tecniche originarie trasformandole ed adattandole alle finalità della vittoria, ben diversa (lo abbiamo detto) da quella della sopravvivenza. In proposito cito ancora un esempio che a mio parere può rendere chiaro il concetto. Tempo fa fu organizzata in Tailandia un confronto tra studenti di Kung Fu e Combattenti di Thai Box. Ora.. se andiamo ad analizzare singolarmente i due metodi di combattimento, risulta fin troppo chiaro che il Kung Fu sia estremamente più raffinato e complesso. Ricco di tecniche e sfumature, di stili che si intersecano e di escamotages, inganni e strategie. La Thai Boxe, di contro appare come uno stile rozzo, anche abbastanza grossolano nelle tecniche e nelle guardie. Bhe, volete sapere come è andata?..... Gli studenti di Kung Fu furono letteralmente massacrati dagli atleti di Thai Boxe. Il bello è che i praticanti di Kung Fu furono totalmente spiazzati dalla cosa non si riuscivano a spiegare il perché di tale catastrofico esito. La risposta era semplice quanto potente: gli atleti di Thai Boxe avevano sì una tecnica più rozza, ma erano abituati a metterla in pratica veramente. Per loro un calcio preso era naturale come respirare, il sangue era pane quotidiano, la fatica la loro vita, la violenza la loro compagna. Gli studenti di Kung Fu, al contrario, pur avendo anni di allenamento durissimo anche loro alle spalle, avevano studiato con avversari immaginari o magari con bersagli inerti, senza mai cimentarsi veramente in un combattimento reale e dove i colpi si scambiavano senza sconti. La cosa incredibile è che, dopo quella manifestazione, tutti sono convinti che la Thai Boxe sia più efficace del Kung Fu, il che non è vero affatto. Il problema di quell’incontro, sono convinto che sia stato che agli studenti di Kung Fu siano stati consegnati nelle mani strumenti estremamente raffinati da subito, senza farli passare attraverso percorsi più semplici e diretti. In più i metodi insegnati loro, erano frutto di interpretazioni di tecniche e concetti, a loro volta interpretati da altri attraverso i secoli (sempre in tempo di pace) e, soprattutto, senza che nessuno li mettesse mai realmente alla prova. Tecniche che anticamente si erano dimostrate in battaglia armi micidiali, si erano trasformate, nel tempo, in movimenti eleganti ed armonici, ricchi di volteggi e pose plastiche veramente belli da vedere, ma completamente inefficaci se utilizzati in una situazione reale. Gli atleti di Thai Boxe, al contrario avevano strumenti più grossolani, ma continuamente messi alla prova sul ring e senza complimenti. Potremmo dire senza difficoltà che la Thai Boxe non si è scontrata con il vero Kung Fu, ma con un suo surrogato addolcito dal tempo.

Del resto, dove viene a mancare la sostanza, cresce la forma, e questo non è solo un problema che ha a che fare con le arti marziali, ma con tutte le cose che, non più applicate realmente, tendono ad essere eccessivamente teorizzate.