I NOSTRI ARTICOLI


La vita?... Un barattolo, delle palline e ... un paio di caffè..

Quando le cose della vita ci superano, quando 24 ore al giorno non ci bastano, ricordati del barattolo di maionese e del caffè.

Un professore, davanti alla sua classe di filosofia, senza dire parola prende un barattolo grande e vuoto di maionese e procede a riempirlo con delle palle da golf.

Dopo, chiede agli studenti se il barattolo è pieno.

Gli studenti sono d'accordo e dicono di si.

Così il pr......ofessore prende una scatola piena di palline di vetro e la versa dentro il barattolo di maionese.

Le palline di vetro riempiono gli spazi vuoti tra le palle da golf.

Il professore chiede di nuovo agli studenti se il barattolo è pieno e loro rispondono di nuovo di si.

Poi il professore prende una scatola di sabbia e la versa dentro il barattolo.

Ovviamente la sabbia riempie tutti gli spazi vuoti e il professore chiede ancora se il barattolo è pieno.

Questa volta gli studenti rispondono con un si unanime.

Il professore, velocemente, aggiunge due tazze di caffè al contenuto del barattolo ed effettivamente, riempie tutti gli spazi vuoti tra la sabbia.

Gli studenti si mettono a ridere in questa occasione.

Quando la risata finisce il professore dice: "Voglio che vi rendiate conto che questo barattolo rappresenta la vita. Le palle da golf sono le cose importanti come la famiglia, i figli, la salute, gli amici, l'amore; le cose che ci appassionano. Sono cose che, anche se perdessimo tutto e ci restasse solo quello, le nostre vite sarebbero ancora piene. Le palline di vetro sono le altre cose che ci importano, come il lavoro, la casa, la macchina, ecc. La sabbia è tutto il resto: le piccole cose. Se prima di tutto mettessimo nel barattolo la sabbia, non ci sarebbe posto per le palline di vetro ne per le palle da golf. La stessa cosa succede con la

vita. Se utilizziamo tutto il nostro tempo ed energia nelle cose piccole, non avremo mai spazio per le cose realmente importanti. Fai attenzione alle cose che sono cruciali per la tua felicità : gioca con i tuoi figli, prenditi il tempo per andare dal medico, vai con il tuo partner a cena, pratica il tuo sport o hobby preferito. Ci sarà sempre tempo per pulire casa, per riparare la chiavetta dell'acqua. Occupati prima delle palline da golf, delle cose che realmente ti importano. Stabilisci le tue priorità, il resto è solo sabbia."

Uno degli studenti alza la mano e chiede cosa rappresenta il caffè.

Il professore sorride e dice: "Sono contento che tu mi faccia questa domanda. E' solo per dimostrarvi che non importa quanto occupata possa sembrare la tua vita, c'è sempre posto per un paio di tazze di caffè con un amico."

 


APPUNTI ECOLOGICI di Tiziano Garulli

 

Fonti:

Julia Butterfly Hill, Ognuno può fare la differenza, Corbaccio, Milano 2002
Alessandro Di Pietro, La nostra casa sana e sicura, Lyra Libri, Como 1997
John Seymour, Guida all’autosufficienza, Mondadori, Milano 2008

 RISPARMIARE ACQUA

La cosa più sensata da fare per risparmiare acqua è semplicemente ridurne il consumo! Esistono un marea di accorgimenti e di piccoli gesti quotidiani da mettere in atto per conservare questo bene prezioso. Per esempio, quando ci si lava le mani o i denti è inutile lasciare il rubinetto aperto; basta solo essere parsimoniosi, come se dovessimo utilizzare ogni piccola goccia. Molte persone non si rendono conto di quanto questa “avarizia” sia importante per il pianeta e su quanta acqua potranno poi contare in futuro. In effetti, il problema principale non è la quantità di acqua sprecata (se disperdiamo acqua pulita nell’ambiente, questa rientrerà nel ciclo naturale e tornerà alle falde), ma piuttosto la qualità dell’acqua che introduciamo nuovamente nell’ambiente: nelle falde infatti finiscono residui tossici, pesticidi e fertilizzanti saponi e detersivi, oli, solventi, vernici, ecc. Il ciclo naturale è modificato e l’acqua contaminata torna nei nostri rubinetti, nelle nostre bottiglie e nell’ambiente. In ogni caso non è neanche opportuno sprecare l’acqua pulita inutilmente.

 

 

RIPARMIARE ENERGIA

 RIFUTI

La prima cosa da fare per dare un contributo a salvaguardare il pianeta dall’inquinamento prodotto dalla nostra società, in particolar modo dalla nostra spazzatura, è opportuno osservare la regola delle “cinque R”: Ripettare, Ripensare, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare.

Rispettare: Il rispetto è il punto di partenza e il presupposto fondamentale per adottare uno stile di vita che sia più in armonia con il mondo. Quando si rispetta una persona, un animale, un oggetto, ecc., è difficile fare qualcosa a suo danno. Rispettare se stessi e la natura cambia completamente il modo di vedere le cose, ci rende più consapevoli delle nostre azioni e delle nostre intenzioni. Parlare del rispetto sembra un’ovvietà, ma non lo è. Spesso non ci rendiamo conto di quanto sia difficile rispettare qualcosa o qualcuno nelle nostre vite frenetiche e senza senso. Per cambiare in maniera efficace bisogna cambiare dalla base. “Il rispetto alimenta abitudini meno distruttive, che onorano ogni forma di vita” (J. Butterly Hill, Ognuno può fare la differenza).

Ripensare: Come conseguenza del rispetto occorre ripensare le proprie abitudini, fermarsi e riflettere sul proprio stile di vita, anche nei piccoli gesti quotidiani. Le abitudini sbagliate vanno corrette, quelle giuste vanno perfezionate. La fretta produce spreco. Ripensate al vostro modo di fare la spesa e di consumare e trovate le soluzioni ai vostri errori. Chiedetevi sempre da dove viene un prodotto e dove finirà quando non lo userete più. Sarete sorpresi di come sia facile liberarvi di abitudini che danneggiano voi e il pianeta.

Ridurre: E’ molto importante ridurre i nostri acquisti e i nostri consumi, che sono dettati più da desideri che da reali necessità. Ridurre i consumi significa ridurre lo spreco: ci sarà meno spreco di energia e risorse e meno rifiuti. Ridurre significa anche rallentare: la nostra società caotica può cambiare se tutti noi decidiamo di camminare invece di correre.

Riutilizzare: Riutilizzate tutto ciò che potete: contenitori di plastica, vetro, alluminio, carta, stoffa, gomma, vecchi oggetti che non usate più, ecc. Cercate di sfruttare al massimo un oggetto. Siamo così superficiali nel buttare via cibo e oggetti forse perché abbiamo perso il significato del sacrificio, che esisteva fino a qualche decennio fa e ancora esiste nelle aree povere del pianeta: per mangiare dobbiamo coltivare o cacciare, per riscaldarci dobbiamo procurarci la legna, ecc. “Ormai sappiamo così poco dei processi produttivi che diamo per scontato ciò che la Terra ha sacrificato per i nostri lussi […] Molti sentono di fare la loro parte per il pianeta perché riciclano: riciclare aiuta, ma imparare a riutilizzare le cose è un contributo ancora più significativo, perché nel processo di riciclaggio si consuma molta energia e si crea inquinamento” (J. Butterly Hill, Ognuno può fare la differenza).

Riciclare: Il riciclaggio vale per tutto ciò che non posiamo riutilizzare, è il piano B. E’ vero che il processo di riciclaggio inquina, ma è un inquinamento di gran lunga inferiore a quello prodotto dalla fabbricazione di nuovi oggetti. Inoltre, il riciclaggio riduce la quantità di materiali di scarto nelle discariche e li rimette in circolazione sotto forma di nuovi prodotti.

 CIBO, VESTITI, COSMETICI…

Tiziano Garulli

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Arte Marziale e Sport

Dopo aver dato un rapido sguardo su quelle che potremmo definire come le spinte originarie che hanno portato alla creazione delle principali Arti Marziali, è’ arrivato ora il momento di calarci nella realtà di oggi e di analizzare come si è evoluto e come viene percepito attualmente il concetto di Arte Marziale. Focalizzeremo soprattutto la nostra attenzione sulla differenza sostanziale che intercorre tra Sport e Arte Marziale, tentando di chiarificarne i caratteri distintivi.

Generalmente oggi siamo abituati ad associare qualsiasi attività che implichi un confronto fisico, o comunque lo studio di tecniche finalizzate allo stesso, come forme più o meno moderne di arte marziale. Che esse siano riconosciute come sport olimpici o che siano combattute in una gabbia piuttosto che su un ring o un tappeto; che vengano studiate in un tempio o in una palestra di aerobica, mettiamo tutto nel grande calderone delle Arti Marziali. Effettivamente vi è molta confusione in proposito, e sono cosciente del fatto che quello che sto per dire può disorientare o suscitare risentimento. Vorrei sottolineare quindi subito una cosa. Le considerazioni qui esposte non sono minimamente volte a sminuire in qualche modo ciò che non troverete definito come “arte marziale”, bensì mirano a fare chiarezza sul tema utilizzando dei dati di fatto scaturiti dall’applicazione pratica. 

Iniziamo subito con il fare una distinzione tra attività che prevedono gare e non.

Tutto ciò che trova la sua finalizzazione in una gara necessita di regole ben precise, concepite al fine di evitare il più possibile incidenti, e consentire nel contempo la definizione di chi sia il vincitore. Quando si parla di combattimenti il tutto si traduce nell’utilizzo di diversi espedienti quali:
 

Le arti marziali di contro sono nate, se vogliamo definire forse la motivazione primaria, dall’esigenza squisitamente pratica di sopravvivere ad uno scontro.

Nella sua accezione più cruda e senza considerare gli aspetti filosofici che ne scaturirono a posteriori, possiamo affermare che l’arte marziale era una ricerca continua di tecniche utili a restare vivi, il che coincideva sì con la vittoria ma, dal punto di vista individuale doveva essere, per ovvie ragioni, secondario. Nelle arti marziali originarie quindi non vi erano regole o arbitri, o considerazioni del tipo “oggi non mi sento di combattere e mi ritiro dal torneo…”, o “la giuria mi ha penalizzato perché era di parte..” , o “ ho la gamba che mi fa male, meglio rinunciare alle nazionali per prepararmi alle olimpiadi..” ecc. Ogni colpo era buono, ogni momento era buono, ogni contesto era buono e non c’era giusto o sbagliato, né corretto o scorretto, c’era solo vita o morte.

Con questo non voglio dire che le attività agonistiche siano meno “toste” di un’arte marziale definita tale. Anzi, come vedremo in seguito, sotto un certo punto di vista, ed allo stato attuale, potremmo dire il contrario, ma credo che sia importante non confondere le due cose.

Per approfondire e nel contempo rendere più chiari i concetti sopra esposti, credo che sia utile vedere le differenze dal punto di vista pratico facendo l’esempio del Karate e provando a comparare gli stessi momenti di un combattimento analizzati dal punto di vista marziale e da quello agonistico.

Momento

Combattimento agonistico

Combattimento marziale

Incontro

I due contendenti si salutano vicendevolmente e rispettosamente davanti ad una giuria. Entrambi sanno perché sono lì e probabilmente già si sono visti altre volte, o almeno si conoscono sotto gli aspetti tecnici avendo assistito l’uno a gli incontri dell’altro. Il loro scopo è strappare punti e vincere.

Due uomini si incontrano. Nessuno sa nulla dell’altro. Non sanno nemmeno se vi sarà uno scontro oppure si saluteranno con cortesia per poi non rivedersi mai più. In ogni caso, entrambe sono pronti a mettersi in guardia e si tengono a debita distanza.

Inizio

L’arbitro, appurato che i due contendenti sono pronti ed in posizione, grida : “Ajime!”. Ha inizio il combattimento.

Accennando un saluto di cortesia uno dei due uomini si avvicina all’altro accennando ad un inchino. L’altro risponde con la medesima attenta cortesia. Nell’attimo esatto in cui china la testa, però l’altro lo attacca furiosamente con un coltello mirando dritto al collo.

La guardia

I due si muovono saltellando sul tatami, attenti a non uscire dal quadrato. L’attenzione dell’uno è completamente focalizzata sull’altro, e i loro movimenti sono sciolti. Sanno che qualunque cosa succeda vi sono ben tre arbitri, medici, pronto soccorso e protezioni, ma soprattutto sono certi di chi e dove sia il loro avversario, e che l’incontro ha una durata fissa, per la quale si sono allenati.

L’uomo schiva il fendente allontanandosi e si mette in guardia stabile. Immediatamente la sua attenzione scandaglia la situazione esaminando vari aspetti in poche frazioni di secondo:

  1. Il luogo.
    Controlla cosa vi sia intorno a lui e se potrebbero esserci le condizioni per essere attaccati alle spalle da altre persone.

  2. Il terreno.
    Controlla se la superficie su cui si trova è irregolare o scivolosa, o vi siano ostacoli che gli possano impedire dei movimenti.

  3. Il sole.
    Controlla dove sia il Sole in quel momento. In base a quello deciderà dove muoversi onde evitare di ritrovarselo in faccia.

La sua attenzione non può essere focalizzata solo sul suo avversario perché sa che ce ne potrebbero essere degli altri, e le sue energie le risparmia perché non ha la minima idea di quanto durerà quella assurda situazione.

Scopo

Vincere la medaglia, il titolo, il torneo, la coppa ecc.

Uscirne vivo.

Obbiettivi tecnici.

Ottenere dei punti entrando con dei colpi nella guardia dell’avversario, ma senza affondare, né toccare mai il viso (pena la squalifica). Se non andrà bene la prima tecnica, durante il combattimento ci sarà tempo e modo di rifarsi.

Entrambe i combattenti sanno che non basterà entrare con dei colpi, che siano dati con il coltello o a mani nude. I corpi di entrambe sono inondati di adrenalina e non sentiranno né dolore né potenza. Se il colpo non viene portato in punti vitali, l’azione dell’altro non si arresterà ed il combattimento andrà avanti. E’ anche possibile che pur colpendo in un punto vitale, l’altro prima di cadere possa colpire a sua volta e ferire a morte (soprattutto se ha un’arma). Quindi bisognerà colpire con precisione chirurgica punti vitali e, nel contempo, stare molto attenti alla posizione nella quale ci si trova all’atto dell’esecuzione della tecnica e possibilmente allontanandosi immediatamente dopo il colpo.

In ogni caso il combattimento deve essere risolto il prima possibile.

Strumenti

Per evitare incidenti, in ambito agonistico, si è deciso di eliminare i colpi più letali e pericolosi e conseguentemente, la rosa delle tecniche consentite è necessariamente limitata. Generalmente nei combattimenti agonistici di karate raramente si va oltre un paio di tecniche di braccia (che di solito sono giakutzuki e uraken) e tre o quattro tecniche di gambe (maegeri, mawashigeri, yokogeri, ushirogeri). Se si va a terra, l’arbitro interverrà, facendo riprendere dalla posizione iniziale, quindi non c’è bisogno di studiare particolari tecniche di caduta (ukemi) o tecniche di combattimento a terra (o da terra).

In ambito marziale tutto è consentito, e quindi da tutto bisogna imparare a difendersi. Ogni tecnica può essere utilizzata e ogni strumento può servire a realizzarla, dal coltello al bastone, dal sasso alla polvere. In più i due combattenti, non conoscendosi, non hanno la minima idea del bagaglio tecnico dell’altro. Per sopravvivere bisogna padroneggiare ogni situazione.

Probabilmente nessuno li vedrà e in ogni caso raramente interverrà (onde evitare danni alla sua persona).

Le tecniche utilizzate non avranno nulla di spettacolare, ma saranno portate nella maniera più efficace possibile e nell’ottica del massimo risparmio di energie.

Questo piccolo esempio già ci propone una visione diversa della faccenda. Ovviamente le considerazioni di cui sopra possono essere applicate ad ogni combattimento agonistico, anche i famosi combattimenti senza regole, che apparentemente ci sembrano così veritieri, alla fine si svolgono sulle loro brave superfici piane e delimitate, hanno i loro assistenti, i loro arbitri ecc. 

Vista così sembra che tutto fili e che sia lecito pensare che un’arte marziale propriamente detta, studi di fatto, aspetti infinitamente più complicati di uno sport da combattimento, e che sia dunque più difficile e rivolta a pochi “pazzi” eletti.

Ma, proprio in virtu del detto cinese:“ quando sei certo di un punto di vista, quello è il momento in cui lo devi cambiare”,le cose non stanno proprio così.

Il concetto è molto semplice. Un’Arte Marziale, per essere studiata con i presupposti che abbiamo appena espresso, non può prevedere combattimenti veri e propri in sede di allenamento. O meglio può prevedere surrogati che si avvicinano più possibile alla realtà, ma che non arriveranno mai, per ovvie ragioni, alla completa, cruda verità del combattimento per la vita e per la morte. Questa limitazione, in tempo di guerra, era ampiamente compensata dalle battaglie e dai duelli, nei quali si aveva modo di mettere alla prova “veramente” tutto lo studio e gli estenuanti allenamenti a cui si sottoponeva la classe guerriera. Con l’avvento dei periodi di pace, e ringraziamo il cielo per questo, questo genere di test estremi è venuto a mancare; al quesito che metteva in dubbio se fosse o no opportuno il continuare a studiare vecchi sistemi di combattimento, si aggiungeva, come se non bastasse, anche la questione di come continuare a studiare “veramente” l’arte marziale. Le risposte sono state molteplici. Molti, come abbiamo detto, hanno preferito buttarsi nell’agonismo, ritenendo indispensabile una qualche forma di scontro diretto, mediante il quale si potesse, effettivamente mettere alla prova la propria crescita tecnica, se pur consapevoli delle limitazioni a cui sarebbero andati incontro (vedi sopra). Altri hanno preferito una soluzione mista continuando a studiare kata e tecniche tradizionali, ma mettendosi comunque in gioco in qualche gara; altri ancora, in fine hanno scelto di continuare con il metodo tradizionale, aborrendo l’agonismo e coltivando la disciplina come anticamente veniva fatto. Per le prime due categorie vi erano dunque delle prove da affrontare contro avversari che certamente non avevano nessuna intenzione di soccombere o perdere, mentre le scuole che avevano scelto la terza opzione, non dovendosi “scontrare” con nessuno se non con membri della propria scuola, potevano, per così dire, stabilire le proprie regole e le proprie limitazioni in maniera del tutto indipendente ed autonoma. Sostanzialmente era il Maestro che stabiliva quale fosse la didattica per lui più conveniente e produttiva. Insomma il Maestro di una scuola tradizionale, rappresentava, per i suoi studenti, la Legge insindacabile.

Si ponevano a quel punto due problemi di fondamentale importanza. Il primo era che tale legge non poteva essere messa alla prova, dato che non erano previsti confronti con altre scuole (e altre leggi). Al massimo ci si incontrava, come succede tuttora, per dei seminari o degli allenamenti collettivi nei quali ci si scambiano tecniche e sudore evitando accuratamente critiche e confronti.

Il secondo, ma non ultimo, era che elementi come veridicità dei messaggi, efficacia delle tecniche, valore della didattica in termini di crescita degli studenti, interpretazione del messaggio originale della disciplina ecc., erano interamente affidati ad un singolo individuo: il Maestro appunto. Ora… fin quando il Maestro può considerarsi veramente tale (ed in seguito parleremo ampiamente anche su questo tema) tutto fila; i problemi si possono verificare quando la persona che insegna non possiede quel bagaglio di esperienza tale da poter affrontare certi temi con cognizione e con perizia, e va avanti per supposizioni o, peggio ancora per teorie lette o dette senza essersi preoccupato di testarle sulla propria pelle, il che è già pericoloso quando si tratta di tecniche, figuriamoci quando la materia in questione è l’etica o peggio le interpretazioni filosofiche di ciò che si sta studiando.

Anni fa lessi in un libro, di cui volutamente non cito né titolo né autore, un concetto singolare. L’autore affermava in sostanza che, dato che un particolare attacco circolare poteva essere parato in un certo modo, quella era la maniera più indicata di fronteggiare qualsiasi altro tipo di attacco circolare. Sulla carta tutto fila, dato che in termini di linee e di forze non apparivano grosse differenze, peccato che se poi si tentava di mettere in pratica la lezione, si finiva subito in infermeria. Con tutta probabilità l’autore, di cui, a parte queste piccole defaillance riconosco però il valore come scrittore, come storico e come ricercatore, aveva “dedotto”, in maniera teorica e logica, delle azioni che custodivano invece, nel loro svolgimento reale, molte sfumature e variabili che solo la pratica poteva evidenziare.

Di esempi del genere se ne potrebbero fare all’infinito, e in ogni caso torneremo sulla questione più avanti. Per il momento, tornando alla tema principale di questo paragrafo, mi sembra che ora possiamo essere nella condizione di affermare che non sempre, un’arte marziale studiata in maniera tradizionale e senza agonismo o incontri, possa effettivamente essere studiata in maniera seria ed esauriente, in quanto la sua didattica dipende essenzialmente da un solo Maestro e non può essere, di fatto messa alla prova in senso realistico. Ne consegue quindi che, di fatto a tutt’oggi si trovano molto più spesso elementi realistici e vicini alla tecnica originale in una competizione sportiva, che in una dimostrazione di uno stile tradizionale. Di contro l’agonismo esige anch’esso il suo scotto da pagare limitando per forza di cose le azioni e le tecniche originarie trasformandole ed adattandole alle finalità della vittoria, ben diversa (lo abbiamo detto) da quella della sopravvivenza. In proposito cito ancora un esempio che a mio parere può rendere chiaro il concetto. Tempo fa fu organizzata in Tailandia un confronto tra studenti di Kung Fu e Combattenti di Thai Box. Ora.. se andiamo ad analizzare singolarmente i due metodi di combattimento, risulta fin troppo chiaro che il Kung Fu sia estremamente più raffinato e complesso. Ricco di tecniche e sfumature, di stili che si intersecano e di escamotages, inganni e strategie. La Thai Boxe, di contro appare come uno stile rozzo, anche abbastanza grossolano nelle tecniche e nelle guardie. Bhe, volete sapere come è andata?..... Gli studenti di Kung Fu furono letteralmente massacrati dagli atleti di Thai Boxe. Il bello è che i praticanti di Kung Fu furono totalmente spiazzati dalla cosa e non si riuscivano a spiegare il perché di tale catastrofico esito. La risposta era semplice quanto potente: gli atleti di Thai Boxe avevano sì una tecnica più rozza, ma erano abituati a metterla in pratica veramente. Per loro un calcio preso era naturale come respirare, il sangue era pane quotidiano, la fatica la loro vita, la violenza la loro compagna. Gli studenti di Kung Fu, al contrario, pur avendo anni di allenamento durissimo anche loro alle spalle, avevano studiato con avversari immaginari o magari con bersagli inerti, senza mai cimentarsi veramente in un combattimento reale e dove i colpi si scambiavano senza sconti. La cosa incredibile è che, dopo quella manifestazione, tutti sono convinti che la Thai Boxe sia più efficace del Kung Fu, il che non è vero affatto. Il problema di quell’incontro, sono convinto che sia stato che agli studenti di Kung Fu siano stati consegnati nelle mani strumenti estremamente raffinati da subito, senza farli passare attraverso percorsi più semplici e diretti. In più i metodi insegnati loro, erano frutto di interpretazioni di tecniche e concetti, a loro volta interpretati da altri attraverso i secoli (sempre in tempo di pace) e, soprattutto, senza che nessuno li mettesse mai realmente alla prova. Tecniche che anticamente si erano dimostrate in battaglia armi micidiali, si erano trasformate, nel tempo, in movimenti eleganti ed armonici, ricchi di volteggi e pose plastiche veramente belli da vedere, ma completamente inefficaci se utilizzati in una situazione reale. Gli atleti di Thai Boxe, al contrario avevano strumenti più grossolani, ma continuamente messi alla prova sul ring e senza complimenti. Potremmo dire senza difficoltà che la Thai Boxe non si è scontrata con il vero Kung Fu, ma con un suo surrogato addolcito dal tempo.

Del resto, dove viene a mancare la sostanza, cresce la forma, e questo non è solo un problema che ha a che fare con le arti marziali, ma con tutte le cose che, non più applicate realmente, tendono ad essere eccessivamente teorizzate.

Attenzione però, non è assolutamente certo che i Thai Boxers tailandesi uscirebbero vivi da una situazione di reale pericolo, condita magari di coltelli e armi varie. Non preoccupatevi, una soluzione possibile c’è, ma ne parleremo in seguito, per ora continuiamo nell’analisi dell’Aikido seguendo il metodo Kihon.

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Visita di Homma Sensei in Italia 11, 12 e 13 Marzo 2005

Nell’ambito dei profondi mutamenti che hanno interessato il Kihon dojo negli ultimi anni e che l’hanno visto attivo in un rilevante processo di trasformazione da dojo affiliato all’Aikikai d’Italia a dojo indipendente; la visita del maestro Homma Sensei assume un’importanza fondamentale nel creare consenso ed unione attorno a valori ed obiettivi comuni.
Spirito di Gruppo, conoscenza della storia e del contesto socio culturale nel quale l’Aikido è nato e si è poi sviluppato, supporto a progetti umanitari, queste sono le finalita’ che il Kihon dojo intende perseguire e promuovere.
Il maestro Homma Sensei era in viaggio dalla Mongolia al Marocco, quando ha gentilmente deciso di accettare l’invito di Samuel Onofri, responsabile dell’Associazione Culturale Kihon, di fermarsi per qualche giorno in Italia.
La sua visita e’ stata un’occasione per supportare il progetto umanitario “Aikido….Naturalmente” gia’avviato lo scorso anno a Nettuno a favore dell’Associazione no profit “Naturalmente ONLUS” .

Le lezioni tenute dal maestro Homma in Italia, sono state un’occasione di riflessione, per capire la cultura e lo spirito dell’Aikido, per riflettere sulle tematiche che da più vicino si riferiscono alla nostra Arte marziale, delineando il disegno di scenari passati, sicuramente densi di complessità e peculiarità, dalle quali non si può prescindere, se l’intenzione è veramente quella di “capire”.

In particolare il maestro Homma, ha approfondito le tecniche di Aikido puntando l’attenzione sulle relazioni che esistono tra Ken-jutsu, Jo-jutsu e Tae-jutsu, tema questo dominante di tutta la sua particolare didattica; soprattutto però, data la cospicua partecipazione di Yudansha, ha voluto dare preziose indicazioni sulla didattica in se, parlando dei sistemi e degli approcci più corretti, e quindi proficui, che l’insegnante deve avere con l’allievo. Da subito Homma Sensei ha chiarito che l’Arte Marziale, in quanto tale, suscita già di suo un’ attesa di austerità e di disciplina a chi gli si avvicina, e che può essere dunque controproducente enfatizzare tali aspetti instaurando un clima rigido e serioso nel Dojo. Homma Sensei ha tenuto a sottolineare che tale seriosità e austerità nella didattica, non solo si dimostra controproducente in termini di approccio mentale dell’allievo, ma tali aspetti possono essere veri e propri muri difficili da scavalcare anche di fronte all’esecuzione pratica del più semplice dei movimenti. A questo Homma Sensei ha subito contrapposto, dimostrandolo praticamente, un tipo di insegnamento gioviale e scherzoso, mirato a sciogliere le tensioni e a stimolare l’aspetto ludico e divertente della pratica. Attenzione, che non si fraintenda. Le tecniche di Homma Sensei sono basate su una grande efficacia marziale, ma questo non deve essere per forza collegato ad un ambiente di musoni, anzi. Il messaggio è stato proprio quello che con un giusto atteggiamento, rilassato e sereno verso l’apprendimento di cose nuove, l’allievo recepisce molto di più e molto più in fretta. A tal proposito, Homma Sensei ha dimostrato, per esempio, che molti dei movimenti che vengono considerati peculiarità dell’Aikido, sono effettivamente gli stessi movimenti che noi facciamo nella vita quotidiana, magari quando siamo in mezzo ad una folla e cerchiamo di non urtare o non farci urtare dai nostri vicini. E’ interessante come tali movimenti, da noi praticati con naturalezza per anni, se spiegati e praticati su un tatami, possano trasformarsi immediatamente in ostacoli insormontabili, e questo semplicemente perché la nostra mente, nel momento stesso in cui mettiamo piede nel Dojo e indossiamo il keikogi, viene automaticamente preparata per recepire qualcosa di “esoterico e micidiale”, di complicato ed elitario. Qualcosa che affonda le sue radici in migliaia di anni di combattimenti per la vita o per la morte!....

Queste visioni tuonano nelle nostre menti in maniera così potente che dimentichiamo che noi muoviamo il nostro corpo da quando siamo in venuti al mondo, e che quindi non siamo certo degli sprovveduti dell’attività motoria.

E’ interessante a questo punto fare una piccola riflessione su quanto sia più facile per noi imparare i movimenti dei balli di gruppo in un villaggio turistico, piuttosto che un semplice kaiten, o un tenkan. Bene inteso, con questo non si vuole affatto affermare che i taisabaki siano facili o assimilabili a un ”Alligalli”. È ovvio che l’efficacia dei movimenti delle arti marziali è insita in dettagli e sfumature che solo con anni di pratica possono essere carpiti e fatti propri. Tuttavia, come approccio iniziale, sarebbe bene abbozzare con naturalezza un movimento che si avvicini a quello che dovrebbe essere e sul quale poi si possa lavorare per gradi, piuttosto che focalizzare le proprie attenzioni e le proprie pretese su dettagli difficili da cogliere, rischiando che poi ci si fissi per mesi su di essi, perdendo da subito la visione generale di quello che si sta facendo. È un po’ come quando uno scultore si appresta a creare una statua. Sarà molto più facile abbozzare prima le proporzioni per poi scendere nei dettagli, che viceversa.

Al termine dell’incontro, il maestro Homma ha onorato Samuel ed Aurora Onofri del titolo di: “Referenti dell’Associazione A.H.A.N.” Samuel e Aurora onorati e commossi, hanno ringraziato il Maestro, quindi Samuel si e’ rivolto con orgoglio agli allievi del Kihon dicendo:

“ L’impegno di tutti noi, nelle iniziative del Kihon dojo, ci consente di guardare al futuro con la consapevolezza di far parte dell’A.H.A.N., una rete mondiale di aiuti umanitari che opera attraverso l’Aikido, che continua con grande determinazione a crescere nel mondo.

Vi sono grato per il contributo che ciascuno di Voi ha dato personalmente al raggiungimento degli obiettivi e al supporto del progetto “Aikido ….Naturalmente”e ho il piacere di fare a Tutti Voi i miei complimenti per l’eccellente lavoro svolto.”

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L'Aikido arriva ad Anzio con il Maestro Gaku Homma (Settimanale "Il Granchio" 25.03.05)
Il settimanale locale di Anzio e Nettuno "Il Granchio" ha dedicato un bellissimo articolo a tutta pagina, sul Seminario tenuto ad Anzio da Homma Sensei in favore del Centro Naturalmente o.n.l.u.s

Dato che il settimanale ha diffusione nel solo territorio di Anzio e Nettuno e non sarebbe possibile accedervi in altri territori, ci permettiamo di fornire una copia dell'articolo in
formato pdf scaricabile.

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Il Maestro (by Samuel)
- Hei, non avevo mai visto tanta gente ad una lezione di arti marziali!
- E’ sempre così quando insegna il grande maestro Osen.
- Anche il centro sportivo non è affatto male, d’altra parte per contenere tutta questa gente dovrete organizzarvi per forza alla grande.
- Già, ma non ti nego che tutto questo depersonalizzi un po’ l’ambiente. Mi piacerebbe non poco avere magari meno spazio ma fare lezione in un dojo tradizionale.
Eccolo che arriva.
- Dove?
- Proprio là, sta venendo dal parcheggio insieme al suo assistente.
- Qual è dei due?
- Quello con la maglia rossa.
- Ci avrei scommesso. Si vede lontano un miglio.
- Ha sì? E da cosa l’hai visto.
- Da un insieme di sfumature… è difficile spiegare… il portamento fiero, lo sguardo sicuro il controllo totale del proprio corpo ad ogni passo, quell’espressione di imperturbabile serenità che solo molti anni di serio allenamento nelle arti marziali possono darti. Sembra che intorno a lui vi sia un alone di mistero e fascino tale da ammutolire le masse con la sua sola presenza.
E a desso? Cos’hai da ridere? Sono stato forse troppo smielato?
- No no … affatto – rispose contorto in una risata forzatamente discreta – rido per il fatto che Osen è quello accanto con la maglietta verde e un po’ curvo di spalle…. quello con la maglietta rossa è solo un suo amico che non ha mai fatto una sola lezione di arti marziali!

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Considerazioni sul Seminario di Homma Sensei (by Sahi)

Il seminario che il maestro Homma ha tenuto quest’anno per la prima volta in Italia il 10, 11 e 12 Aprile 2004, ha rappresentato per gli allievi del Kihon e tutti i partecipanti, un evento molto importante nella via che un budoka si accinge a percorrere.

Homma Sensei con il Suo insegnamento, ci ha esortato a riflettere, a comprendere il senso di ogni azione/tecnica senza dare nulla per scontato ma partendo sempre e comunque dall’origine, dal motivo; ed e’ proprio da qui che si deve partire, dall’origine, dal senso di ogni azione, pensiero, intenzione.

Spesso, un errore molto comune e’ decidere di fare qualcosa senza capirne bene il motivo ne’ tantomeno le conseguenze.

Il rischio/risultato e’ snaturare l’azione stessa, privandola della sua efficacia.

Homma Sensei utilizza l’esempio di andare al cinema e vedere un film avendo perso i primi due minuti d’inizio, e dice che sicuramente perdere due minuti non ci preclude la comprensione del resto del film; ma non aver capito l’inizio significa aver omesso l’origine e tutti i legami successivi che comunque ne sono vincolati inesorabilmente.

L’origine per me inizia con domande apparentemente molto semplici:

1. Perche’ ho deciso di praticare l’Aikido?

Alla prima domanda potrei rispondere che mi piace l’idea di ricercare un equilibrio e controllo della mente attraverso lo studio di movimenti precisi del corpo (in situazioni di pericolo)

2. La mia interpretazione dell’Aikido

Alla seconda domanda rispondo che per me l’Aikido non e’ solo un’arte marziale che muore sul tatami bensi’ una filosofia di vita; UNO ZEN DINAMICO.

Una predisposizione dello spirito che si evolve con l’esercizio del corpo.

Sensei Homma non perde occasione per ribadire che l’Aikido e’ infinito e che a fronte di un attacco la tecnica di risposta puo’ avere tante differenti sfumature; l’importante e’ non prescindere dall’origine, dai famosi 2 minuti del film persi in cui la scena prevede che ci sia un reale attacco una reale difesa e dove le possibilita’di “salvarsi” sono al 50%.

E’ solo fissando bene certi punti che si può iniziare a praticare.

La consapevolezza di ricevere un vero attacco e di dover affrontare un combattimento, e’ la base da cui nascono infinite possibilità, ma non si può prescindere da essa.

Homma Sensei ci ha accennato alcune di queste infinite possibilità, lasciandoci tutti a bocca aperta, stupiti ed attoniti per quanto possa essere esteso l’orizzonte; eravamo entusiasti perchè ne riuscivamo tutti ad intuire la grandezza e questo grazie alla semplicità con cui Homma Sensei riusciva ad esprimere i concetti, alla Sua capacità di comunicare con tutti creando “contatto” con la Sua simpatia, alleggerendo l’atmosfera con il Suo humor del tutto inusuale tra i maestri del Suo rango.

Il Suo esempio e’ un grande insegnamento per noi che abbiamo avuto la fortuna di incontrarlo.

Sahi

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Gaku Homma Sensei per la prima volta in Italia - (by Samuel)

Parlare, o peggio commentare un'esperienza come quella passata con un uomo come Homma Sensei, presenta le sue difficoltà, per lo meno per me. Il rischio più grande è quello di sentirsi in qualche modo inadeguati. La mia scelta quindi è quella di far parlare i fatti, consapevole che essi stessi risultino molto più penetranti delle mie impressioni.

La storia inizia con la proposta di un Amico, e qui scusate, ma vorrei spendere due parole.
Non ho detto conoscente o praticante, o compagno di allenamento. Parlo di una di quelle persone che ci si ritiene fortunati ad avere vicino. Di una di quelle amicizie che ti fanno percepire il senso di questo grande valore. Lo dico perché non ritengo un caso che questa storia sia partita da lui... perché sono convinto che le cose buone della vita scelgano canali di acqua pura per navigare fino a noi. Per cui, senza cadere troppo sul sentimentale, colgo l'occasione ringraziando di cuore il mio Amico Giuseppe Di Pasquale e sua moglie Cristina, per tutto quello che sono e per le bellissime cose che hanno donato e che donano a mia moglie Aurora e a me.

Scusate la digressione. Dicevo, la storia inizia con dei dvd donati da Giuseppe appunto, che riproducevano una sintesi della manifestazione di Aikido e arti collaterali chiamata "Aiki Expo 2002 - 2003" e organizzata a Las Vegas da Stanley Pranin. (ore e ore di dimostrazioni di maestri vari.... meglio di un film con De Niro!) Inutile dire che mi sono sciroppato tutto in un fiato (A dire la sincera verità qualche dimostrazione l'ho saltata a piè pari appena viste le prime tecniche... non entro in merito).
Fattostà che tra tante dimostrazioni e relativi Sensei, uno in particolare mi ha subito colpito non solo per la singolarità degli interessanti studi mostrati, basati sul parallelismo tra bukiwaza e taijutsu, e non soltanto per il suo reale interesse che il pubblico recepisse chiaramente il messaggio proposto; quello che ha fatto scattare in me una certa scintilla è stato il fatto che stranamente questo Maestro mai visto ne conosciuto prima, si esprimeva focalizzando l'attenzione su concetti, a dire il vero un tantino inusuali, che nel mio piccolo anche io cercavo di esprimere (non così bene ovviamente) nel mio Dojo. Inutile dire a questo punto che stiamo parlando di Homma Sensei.

Dopo ripetute visioni della suddetta dimostrazione comincio a fare ricerche su internet e trovo il sito ufficiale del Nippon Kan, Dojo sito in Denver (Colorado - USA) di cui Homma Sensei è fondatore.
Il sito si presenta subito fuori dagli schemi. Niente tecniche, niente programmi didattici, niente "...noi facciamo questo , noi facciamo quello". Insomma un sito di un Dojo di Aikido, che ....non parla di Aikido. Di contro, decine di articoli su aiuti umanitari, considerazioni su eventi, interviste con grandi Maestri.
Scopro che il Nippon Kan è anche sede dell'A.H.A.N. una rete mondiale di supporto umanitario, creata dallo stesso Homma Sensei. Apprendo inoltre che Homma Sensei è stato l'ultimo uchideshi del Fondatore Ueshiba Morihei presso il Dojo di Iwama, ufficialmente riconosciuto. Tutto questo è bastato (e avanzato) per farmi decidere di scrivere a quest'uomo, chiedendo se fosse possibile andarlo a trovare in Colorado e avere modo di partecipare a delle lezioni tenute da lui. Preparo la mia bella letterina piena di zelo non avendo la minima idea di come ci si dovesse rivolgere ad un Maestro di tale levatura, e la invio cosciente del fatto che con ogni probabilità non avrei ricevuto risposta o comunque non certo da Homma Sensei in persona. Mi sbagliavo. Dopo qualche giorno mi arriva un email da Homma Sensei in persona nella quale non solo dimostrava la completa disponibilità ad ospitarmi nel suo Dojo, ma,dato che aveva comunque programmato un viaggio in Europa, esprimeva il desiderio venire lui stesso in Italia a visitare il Kihon. Potete immaginare la mia sorpresa nel leggere una tale risposta.

Preso dall'entusiasmo, gli risposi subito che ovviamente saremmo stati onorati della sua visita, che avremmo pensato noi a tutto (vitto, alloggio, viaggio ecc.) e chiedendo informazioni sul suo onorario eventualmente ci avesse fatto l'onore di tenere anche un seminario. Stando alle abitudini dei maestri con cui avevo avuto a che fare, mi è sembrato del tutto naturale e doveroso fare di queste richieste e proposte. Ancora una volta ho sbagliato.

Lui mi risponde spiegandomi che era suo uso, quando si spostava per visitare altri Dojo, provvedere per se stesso riguardo al viaggio, vitto e alloggio. Non solo, ma che per il seminario, che sarebbe dovuto durare almeno 3 giorni, Homma Sensei non avrebbe percepito alcun compenso, l'unica condizione era che parte del ricavato dovesse essere devoluto in beneficenza presso un ente locale scelto dal Dojo ospitante.

Ora, caro lettore, probabilmente ti sarai fermato per rileggere quest'ultimo periodo con la convinzione di aver capito male. E adesso, dopo aver riletto con attenzione, magari ti starai chiedendo:
"Uno Shihan allievo diretto e uchideshi di OSensei che paga per venire a visitare uno Dojo che ha a mala pena 4 anni di vita con pochissimi iscritti, quasi tutti principianti e senza nemmeno una sede propria?!?!????!!!!!"

.... è la stessa domanda che mi sono fatto io e allora ho dedotto che forse non ero stato abbastanza chiaro sulla situazione del Kihon. E che magari se gli avessi spiegato con chiarezza come effettivamente stavano le cose, avrebbe cambiato idea. ....
Ho sbagliato ancora.

Alla mia email nella quale presentavo e chiarificavo la situazione del Kihon esponendo inoltre le mie perplessità sulla sua intenzione di tenere un seminario per un corso tanto giovane e con un numero di iscritti tanto esiguo, Emily (moglie e presidente del Nippon Kan, in vece di Homma Sensei) mi risponde che per il Maestro sarebbe stata una gioia praticare con me e con le persone con le quali praticavo abitualmente, e che non mi sarei dovuto minimamente preoccupare di nulla, riguardo al numero o al grado dei partecipanti.

Esterrefatto dalla disponibilità e dalla generosità di quest'uomo, concordo la data con Emily in relazione al viaggio in Europa già programmato e, incredulo, trovo l'associazione a cui devolvere il ricavato (di cui parlerò in seguito) e mi accingo ad organizzare il tutto.

Pur sapendo che per il Maestro non ci sarebbero stati problemi nel tenere un seminario per il solo Kihon ho pensato che comunque non sarebbe stato giusto che una persona e un'iniziativa tanto importante e genuina dovesse restare una nostra esclusiva. Decisi quindi di estendere l'invito a quanti più dojo italiani possibile, non curandomi dell'appartenenza degli stessi a federazioni, associazioni e organizzazioni varie.
In alcuni casi ho ricevuto il sincero ringraziamento per l'invito, altri invece hanno preso subito le distanze quasi stessi proponendo qualcosa di negativo. Non nego di esserci rimasto male all'inizio, anche perché questo genere di risposte sono venute da persone con le quali avevo condiviso anni di pratica. Poi però ho capito che la Via scelta dagli uomini, quando non collide e non lede quella altrui, va rispettata comunque, indipendentemente dalla comprensione delle motivazioni, che molte volte hanno dietro storie che non sono a noi note. Spero quindi di cuore che la pratica ci unisca ancora in futuro.

Viene il giorno dell'arrivo di Homma Sensei con Emily e Rick (l'uke del Maestro), ed io e il mio allievo Claudio (unico superstite della prima ondata di allievi del Kihon) fremevamo all'aeroporto di Fiumicino.
Ora vi spetterete una telecronaca di ogni minuto passato con questo Grande Maestro e le due splendide persone che lo hanno accompagnato. Mi piacerebbe, ma sarebbe troppo lungo. Mi limito a dire solamente una cosa. Molte volte alcune persone si rivolgono a me chiamandomi "maestro", cosa che capita un po' a tutti coloro che insegnano arti marziali suppongo. A tale appellativo in genere io rispondo che maestro non sono e che preferisco che mi chiamino per nome fuori dal Dojo, e sensei (che in giapponese ha il significato di istruttore o più genericamente "colui che insegna") nel dojo, più per etichetta che per altro. Ovviamente subito mi viene rivolta la fatidica domanda:
"Allora qual è la differenza tra un istruttore ed un Maestro?"
A questa domanda io genericamente rispondo che un istruttore insegna tecniche nel dojo, un Maestro insegna la Via nella Vita.
Detto questo, posso affermare con totale convinzione di aver avuto la fortuna di passare degli indimenticabili momenti in compagnia di un Grande Maestro.

Al seminario hanno partecipato praticanti delle più diverse organizzazioni aikidoistiche (e non) e da subito si è instaurato quel clima di collaborazione che generalmente sopisce forse troppo spesso sotto le etichette o le definizioni. Intendo dire che molte volte si è portati ad attribuire automaticamente alla persona le caratteristiche o le opinioni che ci possiamo essere fatti dell' organizzazione di cui fa parte. E così Tizio non è più Tizio praticante di Aikido, bensì "Tizio della tale associazione nella quale tutti si credono di essere questo o quello e invece..." (bla, bla, bla.... potremmo andare avanti per ore).
Penso che questa inusuale assenza di preconcetti si sia manifestata in tutta la sua genuinità fin dal primo momento in cui Homma Sensei ha messo piede sul tatami.
La sua stessa presenza, e il suo modo di interagire diretto ed informale con ognuno di noi, ha subito spazzato via il più piccolo residuo di tensione... e in poco tempo eravamo tutti semplici studenti di Aikido.

Per l'intera durata del seminario Homma Sensei ha profuso spunti interessantissimi e nuovi sull'1% dei quali si potrebbe studiare per una vita intera.
Senza entrare troppo in dettagli tecnici, uno dei concetti su cui Homma Sensei ha focalizzato l'attenzione di noi tutti, è la visione stessa dell'Aikido come arte marziale che affonda le sue radici in un quadro storico, politico, economico e sociale dal quale non possiamo prescindere per la sua reale comprensione. E così scopriamo che dietro a concetti da noi "dogmaticamente" accettati come buoni, vi sono motivazioni meramente pratiche e legate al contesto storico-culturale nel quale hanno preso corpo come ad esempio lo scarso utilizzo delle gambe nelle arti marziali tradizionali giapponesi, motivato semplicemente dalla pesantezza degli abiti e delle armature dei samurai. O i nostri amati attacchi con prese che trovano il loro senso pratico solo se conseguenti ad attacchi di atemi seguiti da blocchi e controlli, e così via.
Altro non meno importante aspetto evidenziato e che caratterizza la peculiare didattica di Homma Sensei, è il parallelismo delle tecniche di taijutsu con quelle di kenjutsu e jojutsu, parallelismo dal quale immediatamente emerge il kihon (inteso non solo come movimento di base, ma anche come concetto fondamentale o motivazione) di quelle stesse tecniche da anni compagne della nostra pratica Aikidoistica, che finalmente abbandonano i loro aspetti criptici e più o meno esoterici, e si lasciano decifrare.

Per concludere in bellezza e come precedentemente accennato, l'intero ricavato del seminario è stato devoluto in favore dell'Associazione "Naturalmente o.n.l.u.s." di cui il Sig. Mauro Taurelli è presidente e fondatore. Questo ha accresciuto indubbiamente il senso di positività e di benessere proprio della pratica con Homma Sensei. L'associazione Naturalmente è un organismo no-profit che si prende cura giornalmente di ragazzi affetti da problemi psico-motori in alcuni casi molto seri. Attenzione, ho utilizzato volutamente il verbo "prendersi cura" perché è realmente quello che queste persone eccezionali fanno con i ragazzi che ospitano. Questo vuol dire che non si limitano a farli mangiare e a tenerli per qualche ora del giorno, anche se, credetemi, anche queste cose che a noi possono sembrare banali costituiscono in alcuni casi delle enormi conquiste, bensì Mauro Taurelli e il suo staff si impegnano quotidianamente nell'educarli e nel rieducarli utilizzando varie tecniche e strumenti come la musica, la scultura, il disegno, il gioco ecc. con una dedizione che altro non potrei definire se non commovente.
L'associazione Naturalmente o.n.l.u.s. non è legata in qualche modo ad organismi religiosi e la totalità della sua linfa vitale è costituita da donazioni.
Il giorno dopo il seminario Homma Sensei ha voluto fare visita alla sede dell'associazione per rendersi conto di persona dell'eccellente lavoro svolto dallo staff.
Partecipando a quell'evento ho assistito all'incontro tra persone veramente speciali, uomini e donne che con il loro esempio fanno ritornare la fiducia nel genere umano, ed ho avuto la sensazione che di essere di fronte alla potenza espressa da corsi d' acqua pura che confluendo tra gorghi di felicità uniscono le loro forze per dissetare insieme la terra arsa dal sole.

Grazie Homma Sensei

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