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I NOSTRI ARTICOLI
La vita?... Un barattolo, delle palline e ... un paio di caffè.. Quando le cose della vita ci superano, quando 24 ore al giorno non ci bastano, ricordati del barattolo di maionese e del caffè. Un professore, davanti alla sua classe di filosofia, senza dire parola prende un barattolo grande e vuoto di maionese e procede a riempirlo con delle palle da golf. Dopo, chiede agli studenti se il barattolo è pieno. Gli studenti sono d'accordo e dicono di si. Così il pr......ofessore prende una scatola piena di palline di vetro e la versa dentro il barattolo di maionese. Le palline di vetro riempiono gli spazi vuoti tra le palle da golf. Il professore chiede di nuovo agli studenti se il barattolo è pieno e loro rispondono di nuovo di si. Poi il professore prende una scatola di sabbia e la versa dentro il barattolo. Ovviamente la sabbia riempie tutti gli spazi vuoti e il professore chiede ancora se il barattolo è pieno. Questa volta gli studenti rispondono con un si unanime. Il professore, velocemente, aggiunge due tazze di caffè al contenuto del barattolo ed effettivamente, riempie tutti gli spazi vuoti tra la sabbia. Gli studenti si mettono a ridere in questa occasione. Quando la risata finisce il professore dice: "Voglio che vi rendiate conto che questo barattolo rappresenta la vita. Le palle da golf sono le cose importanti come la famiglia, i figli, la salute, gli amici, l'amore; le cose che ci appassionano. Sono cose che, anche se perdessimo tutto e ci restasse solo quello, le nostre vite sarebbero ancora piene. Le palline di vetro sono le altre cose che ci importano, come il lavoro, la casa, la macchina, ecc. La sabbia è tutto il resto: le piccole cose. Se prima di tutto mettessimo nel barattolo la sabbia, non ci sarebbe posto per le palline di vetro ne per le palle da golf. La stessa cosa succede con la vita. Se utilizziamo tutto il nostro tempo ed energia nelle cose piccole, non avremo mai spazio per le cose realmente importanti. Fai attenzione alle cose che sono cruciali per la tua felicità : gioca con i tuoi figli, prenditi il tempo per andare dal medico, vai con il tuo partner a cena, pratica il tuo sport o hobby preferito. Ci sarà sempre tempo per pulire casa, per riparare la chiavetta dell'acqua. Occupati prima delle palline da golf, delle cose che realmente ti importano. Stabilisci le tue priorità, il resto è solo sabbia." Uno degli studenti alza la mano e chiede cosa rappresenta il caffè. Il professore sorride e dice: "Sono contento che tu mi faccia questa domanda. E' solo per dimostrarvi che non importa quanto occupata possa sembrare la tua vita, c'è sempre posto per un paio di tazze di caffè con un amico." APPUNTI ECOLOGICI di Tiziano GarulliFonti:
Julia Butterfly Hill, Ognuno può fare la differenza,
Corbaccio, Milano 2002 RISPARMIARE ACQUALa cosa più sensata da fare per risparmiare acqua è semplicemente ridurne il consumo! Esistono un marea di accorgimenti e di piccoli gesti quotidiani da mettere in atto per conservare questo bene prezioso. Per esempio, quando ci si lava le mani o i denti è inutile lasciare il rubinetto aperto; basta solo essere parsimoniosi, come se dovessimo utilizzare ogni piccola goccia. Molte persone non si rendono conto di quanto questa “avarizia” sia importante per il pianeta e su quanta acqua potranno poi contare in futuro. In effetti, il problema principale non è la quantità di acqua sprecata (se disperdiamo acqua pulita nell’ambiente, questa rientrerà nel ciclo naturale e tornerà alle falde), ma piuttosto la qualità dell’acqua che introduciamo nuovamente nell’ambiente: nelle falde infatti finiscono residui tossici, pesticidi e fertilizzanti saponi e detersivi, oli, solventi, vernici, ecc. Il ciclo naturale è modificato e l’acqua contaminata torna nei nostri rubinetti, nelle nostre bottiglie e nell’ambiente. In ogni caso non è neanche opportuno sprecare l’acqua pulita inutilmente.
RIPARMIARE ENERGIA
RIFUTI La prima cosa da fare per dare un contributo a salvaguardare il pianeta dall’inquinamento prodotto dalla nostra società, in particolar modo dalla nostra spazzatura, è opportuno osservare la regola delle “cinque R”: Ripettare, Ripensare, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare. Rispettare: Il rispetto è il punto di partenza e il presupposto fondamentale per adottare uno stile di vita che sia più in armonia con il mondo. Quando si rispetta una persona, un animale, un oggetto, ecc., è difficile fare qualcosa a suo danno. Rispettare se stessi e la natura cambia completamente il modo di vedere le cose, ci rende più consapevoli delle nostre azioni e delle nostre intenzioni. Parlare del rispetto sembra un’ovvietà, ma non lo è. Spesso non ci rendiamo conto di quanto sia difficile rispettare qualcosa o qualcuno nelle nostre vite frenetiche e senza senso. Per cambiare in maniera efficace bisogna cambiare dalla base. “Il rispetto alimenta abitudini meno distruttive, che onorano ogni forma di vita” (J. Butterly Hill, Ognuno può fare la differenza). Ripensare: Come conseguenza del rispetto occorre ripensare le proprie abitudini, fermarsi e riflettere sul proprio stile di vita, anche nei piccoli gesti quotidiani. Le abitudini sbagliate vanno corrette, quelle giuste vanno perfezionate. La fretta produce spreco. Ripensate al vostro modo di fare la spesa e di consumare e trovate le soluzioni ai vostri errori. Chiedetevi sempre da dove viene un prodotto e dove finirà quando non lo userete più. Sarete sorpresi di come sia facile liberarvi di abitudini che danneggiano voi e il pianeta. Ridurre: E’ molto importante ridurre i nostri acquisti e i nostri consumi, che sono dettati più da desideri che da reali necessità. Ridurre i consumi significa ridurre lo spreco: ci sarà meno spreco di energia e risorse e meno rifiuti. Ridurre significa anche rallentare: la nostra società caotica può cambiare se tutti noi decidiamo di camminare invece di correre. Riutilizzare: Riutilizzate tutto ciò che potete: contenitori di plastica, vetro, alluminio, carta, stoffa, gomma, vecchi oggetti che non usate più, ecc. Cercate di sfruttare al massimo un oggetto. Siamo così superficiali nel buttare via cibo e oggetti forse perché abbiamo perso il significato del sacrificio, che esisteva fino a qualche decennio fa e ancora esiste nelle aree povere del pianeta: per mangiare dobbiamo coltivare o cacciare, per riscaldarci dobbiamo procurarci la legna, ecc. “Ormai sappiamo così poco dei processi produttivi che diamo per scontato ciò che la Terra ha sacrificato per i nostri lussi […] Molti sentono di fare la loro parte per il pianeta perché riciclano: riciclare aiuta, ma imparare a riutilizzare le cose è un contributo ancora più significativo, perché nel processo di riciclaggio si consuma molta energia e si crea inquinamento” (J. Butterly Hill, Ognuno può fare la differenza). Riciclare: Il riciclaggio vale per tutto ciò che non posiamo riutilizzare, è il piano B. E’ vero che il processo di riciclaggio inquina, ma è un inquinamento di gran lunga inferiore a quello prodotto dalla fabbricazione di nuovi oggetti. Inoltre, il riciclaggio riduce la quantità di materiali di scarto nelle discariche e li rimette in circolazione sotto forma di nuovi prodotti.
CIBO, VESTITI, COSMETICI…
Tiziano Garulli Dopo aver dato un rapido sguardo su quelle che potremmo definire come le spinte originarie che hanno portato alla creazione delle principali Arti Marziali, è’ arrivato ora il momento di calarci nella realtà di oggi e di analizzare come si è evoluto e come viene percepito attualmente il concetto di Arte Marziale. Focalizzeremo soprattutto la nostra attenzione sulla differenza sostanziale che intercorre tra Sport e Arte Marziale, tentando di chiarificarne i caratteri distintivi. Generalmente oggi siamo abituati ad associare qualsiasi attività che implichi un confronto fisico, o comunque lo studio di tecniche finalizzate allo stesso, come forme più o meno moderne di arte marziale. Che esse siano riconosciute come sport olimpici o che siano combattute in una gabbia piuttosto che su un ring o un tappeto; che vengano studiate in un tempio o in una palestra di aerobica, mettiamo tutto nel grande calderone delle Arti Marziali. Effettivamente vi è molta confusione in proposito, e sono cosciente del fatto che quello che sto per dire può disorientare o suscitare risentimento. Vorrei sottolineare quindi subito una cosa. Le considerazioni qui esposte non sono minimamente volte a sminuire in qualche modo ciò che non troverete definito come “arte marziale”, bensì mirano a fare chiarezza sul tema utilizzando dei dati di fatto scaturiti dall’applicazione pratica. Iniziamo subito con il fare una distinzione tra attività che prevedono gare e non.
Tutto ciò che trova la sua finalizzazione in una gara
necessita di regole ben precise, concepite al fine di evitare il più
possibile incidenti, e consentire nel contempo la definizione di chi
sia il vincitore. Quando si parla di combattimenti il tutto si
traduce nell’utilizzo di diversi espedienti quali:
Le arti marziali di contro sono nate, se vogliamo definire forse la motivazione primaria, dall’esigenza squisitamente pratica di sopravvivere ad uno scontro. Nella sua accezione più cruda e senza considerare gli aspetti filosofici che ne scaturirono a posteriori, possiamo affermare che l’arte marziale era una ricerca continua di tecniche utili a restare vivi, il che coincideva sì con la vittoria ma, dal punto di vista individuale doveva essere, per ovvie ragioni, secondario. Nelle arti marziali originarie quindi non vi erano regole o arbitri, o considerazioni del tipo “oggi non mi sento di combattere e mi ritiro dal torneo…”, o “la giuria mi ha penalizzato perché era di parte..” , o “ ho la gamba che mi fa male, meglio rinunciare alle nazionali per prepararmi alle olimpiadi..” ecc. Ogni colpo era buono, ogni momento era buono, ogni contesto era buono e non c’era giusto o sbagliato, né corretto o scorretto, c’era solo vita o morte. Con questo non voglio dire che le attività agonistiche siano meno “toste” di un’arte marziale definita tale. Anzi, come vedremo in seguito, sotto un certo punto di vista, ed allo stato attuale, potremmo dire il contrario, ma credo che sia importante non confondere le due cose. Per approfondire e nel contempo rendere più chiari i concetti sopra esposti, credo che sia utile vedere le differenze dal punto di vista pratico facendo l’esempio del Karate e provando a comparare gli stessi momenti di un combattimento analizzati dal punto di vista marziale e da quello agonistico.
Questo piccolo esempio già ci propone una visione diversa della faccenda. Ovviamente le considerazioni di cui sopra possono essere applicate ad ogni combattimento agonistico, anche i famosi combattimenti senza regole, che apparentemente ci sembrano così veritieri, alla fine si svolgono sulle loro brave superfici piane e delimitate, hanno i loro assistenti, i loro arbitri ecc. Vista così sembra che tutto fili e che sia lecito pensare che un’arte marziale propriamente detta, studi di fatto, aspetti infinitamente più complicati di uno sport da combattimento, e che sia dunque più difficile e rivolta a pochi “pazzi” eletti. Ma, proprio in virtu del detto cinese:“ quando sei certo di un punto di vista, quello è il momento in cui lo devi cambiare”,le cose non stanno proprio così. Il concetto è molto semplice. Un’Arte Marziale, per essere studiata con i presupposti che abbiamo appena espresso, non può prevedere combattimenti veri e propri in sede di allenamento. O meglio può prevedere surrogati che si avvicinano più possibile alla realtà, ma che non arriveranno mai, per ovvie ragioni, alla completa, cruda verità del combattimento per la vita e per la morte. Questa limitazione, in tempo di guerra, era ampiamente compensata dalle battaglie e dai duelli, nei quali si aveva modo di mettere alla prova “veramente” tutto lo studio e gli estenuanti allenamenti a cui si sottoponeva la classe guerriera. Con l’avvento dei periodi di pace, e ringraziamo il cielo per questo, questo genere di test estremi è venuto a mancare; al quesito che metteva in dubbio se fosse o no opportuno il continuare a studiare vecchi sistemi di combattimento, si aggiungeva, come se non bastasse, anche la questione di come continuare a studiare “veramente” l’arte marziale. Le risposte sono state molteplici. Molti, come abbiamo detto, hanno preferito buttarsi nell’agonismo, ritenendo indispensabile una qualche forma di scontro diretto, mediante il quale si potesse, effettivamente mettere alla prova la propria crescita tecnica, se pur consapevoli delle limitazioni a cui sarebbero andati incontro (vedi sopra). Altri hanno preferito una soluzione mista continuando a studiare kata e tecniche tradizionali, ma mettendosi comunque in gioco in qualche gara; altri ancora, in fine hanno scelto di continuare con il metodo tradizionale, aborrendo l’agonismo e coltivando la disciplina come anticamente veniva fatto. Per le prime due categorie vi erano dunque delle prove da affrontare contro avversari che certamente non avevano nessuna intenzione di soccombere o perdere, mentre le scuole che avevano scelto la terza opzione, non dovendosi “scontrare” con nessuno se non con membri della propria scuola, potevano, per così dire, stabilire le proprie regole e le proprie limitazioni in maniera del tutto indipendente ed autonoma. Sostanzialmente era il Maestro che stabiliva quale fosse la didattica per lui più conveniente e produttiva. Insomma il Maestro di una scuola tradizionale, rappresentava, per i suoi studenti, la Legge insindacabile. Si ponevano a quel punto due problemi di fondamentale importanza. Il primo era che tale legge non poteva essere messa alla prova, dato che non erano previsti confronti con altre scuole (e altre leggi). Al massimo ci si incontrava, come succede tuttora, per dei seminari o degli allenamenti collettivi nei quali ci si scambiano tecniche e sudore evitando accuratamente critiche e confronti. Il secondo, ma non ultimo, era che elementi come veridicità dei messaggi, efficacia delle tecniche, valore della didattica in termini di crescita degli studenti, interpretazione del messaggio originale della disciplina ecc., erano interamente affidati ad un singolo individuo: il Maestro appunto. Ora… fin quando il Maestro può considerarsi veramente tale (ed in seguito parleremo ampiamente anche su questo tema) tutto fila; i problemi si possono verificare quando la persona che insegna non possiede quel bagaglio di esperienza tale da poter affrontare certi temi con cognizione e con perizia, e va avanti per supposizioni o, peggio ancora per teorie lette o dette senza essersi preoccupato di testarle sulla propria pelle, il che è già pericoloso quando si tratta di tecniche, figuriamoci quando la materia in questione è l’etica o peggio le interpretazioni filosofiche di ciò che si sta studiando. Anni fa lessi in un libro, di cui volutamente non cito né titolo né autore, un concetto singolare. L’autore affermava in sostanza che, dato che un particolare attacco circolare poteva essere parato in un certo modo, quella era la maniera più indicata di fronteggiare qualsiasi altro tipo di attacco circolare. Sulla carta tutto fila, dato che in termini di linee e di forze non apparivano grosse differenze, peccato che se poi si tentava di mettere in pratica la lezione, si finiva subito in infermeria. Con tutta probabilità l’autore, di cui, a parte queste piccole defaillance riconosco però il valore come scrittore, come storico e come ricercatore, aveva “dedotto”, in maniera teorica e logica, delle azioni che custodivano invece, nel loro svolgimento reale, molte sfumature e variabili che solo la pratica poteva evidenziare. Di esempi del genere se ne potrebbero fare all’infinito, e in ogni caso torneremo sulla questione più avanti. Per il momento, tornando alla tema principale di questo paragrafo, mi sembra che ora possiamo essere nella condizione di affermare che non sempre, un’arte marziale studiata in maniera tradizionale e senza agonismo o incontri, possa effettivamente essere studiata in maniera seria ed esauriente, in quanto la sua didattica dipende essenzialmente da un solo Maestro e non può essere, di fatto messa alla prova in senso realistico. Ne consegue quindi che, di fatto a tutt’oggi si trovano molto più spesso elementi realistici e vicini alla tecnica originale in una competizione sportiva, che in una dimostrazione di uno stile tradizionale. Di contro l’agonismo esige anch’esso il suo scotto da pagare limitando per forza di cose le azioni e le tecniche originarie trasformandole ed adattandole alle finalità della vittoria, ben diversa (lo abbiamo detto) da quella della sopravvivenza. In proposito cito ancora un esempio che a mio parere può rendere chiaro il concetto. Tempo fa fu organizzata in Tailandia un confronto tra studenti di Kung Fu e Combattenti di Thai Box. Ora.. se andiamo ad analizzare singolarmente i due metodi di combattimento, risulta fin troppo chiaro che il Kung Fu sia estremamente più raffinato e complesso. Ricco di tecniche e sfumature, di stili che si intersecano e di escamotages, inganni e strategie. La Thai Boxe, di contro appare come uno stile rozzo, anche abbastanza grossolano nelle tecniche e nelle guardie. Bhe, volete sapere come è andata?..... Gli studenti di Kung Fu furono letteralmente massacrati dagli atleti di Thai Boxe. Il bello è che i praticanti di Kung Fu furono totalmente spiazzati dalla cosa e non si riuscivano a spiegare il perché di tale catastrofico esito. La risposta era semplice quanto potente: gli atleti di Thai Boxe avevano sì una tecnica più rozza, ma erano abituati a metterla in pratica veramente. Per loro un calcio preso era naturale come respirare, il sangue era pane quotidiano, la fatica la loro vita, la violenza la loro compagna. Gli studenti di Kung Fu, al contrario, pur avendo anni di allenamento durissimo anche loro alle spalle, avevano studiato con avversari immaginari o magari con bersagli inerti, senza mai cimentarsi veramente in un combattimento reale e dove i colpi si scambiavano senza sconti. La cosa incredibile è che, dopo quella manifestazione, tutti sono convinti che la Thai Boxe sia più efficace del Kung Fu, il che non è vero affatto. Il problema di quell’incontro, sono convinto che sia stato che agli studenti di Kung Fu siano stati consegnati nelle mani strumenti estremamente raffinati da subito, senza farli passare attraverso percorsi più semplici e diretti. In più i metodi insegnati loro, erano frutto di interpretazioni di tecniche e concetti, a loro volta interpretati da altri attraverso i secoli (sempre in tempo di pace) e, soprattutto, senza che nessuno li mettesse mai realmente alla prova. Tecniche che anticamente si erano dimostrate in battaglia armi micidiali, si erano trasformate, nel tempo, in movimenti eleganti ed armonici, ricchi di volteggi e pose plastiche veramente belli da vedere, ma completamente inefficaci se utilizzati in una situazione reale. Gli atleti di Thai Boxe, al contrario avevano strumenti più grossolani, ma continuamente messi alla prova sul ring e senza complimenti. Potremmo dire senza difficoltà che la Thai Boxe non si è scontrata con il vero Kung Fu, ma con un suo surrogato addolcito dal tempo. Del resto, dove viene a mancare la sostanza, cresce la forma, e questo non è solo un problema che ha a che fare con le arti marziali, ma con tutte le cose che, non più applicate realmente, tendono ad essere eccessivamente teorizzate. Attenzione però, non è assolutamente certo che i Thai Boxers tailandesi uscirebbero vivi da una situazione di reale pericolo, condita magari di coltelli e armi varie. Non preoccupatevi, una soluzione possibile c’è, ma ne parleremo in seguito, per ora continuiamo nell’analisi dell’Aikido seguendo il metodo Kihon.
Visita di Homma Sensei in Italia 11, 12 e 13 Marzo 2005 Nell’ambito dei profondi mutamenti
che hanno interessato il Kihon dojo negli ultimi anni e che l’hanno
visto attivo in un rilevante processo di trasformazione da dojo
affiliato all’Aikikai d’Italia a dojo indipendente; la visita del
maestro Homma Sensei assume un’importanza fondamentale nel creare
consenso ed unione attorno a valori ed obiettivi comuni. Le lezioni tenute dal maestro Homma in Italia, sono state un’occasione di riflessione, per capire la cultura e lo spirito dell’Aikido, per riflettere sulle tematiche che da più vicino si riferiscono alla nostra Arte marziale, delineando il disegno di scenari passati, sicuramente densi di complessità e peculiarità, dalle quali non si può prescindere, se l’intenzione è veramente quella di “capire”. In particolare il maestro Homma, ha approfondito le tecniche di Aikido puntando l’attenzione sulle relazioni che esistono tra Ken-jutsu, Jo-jutsu e Tae-jutsu, tema questo dominante di tutta la sua particolare didattica; soprattutto però, data la cospicua partecipazione di Yudansha, ha voluto dare preziose indicazioni sulla didattica in se, parlando dei sistemi e degli approcci più corretti, e quindi proficui, che l’insegnante deve avere con l’allievo. Da subito Homma Sensei ha chiarito che l’Arte Marziale, in quanto tale, suscita già di suo un’ attesa di austerità e di disciplina a chi gli si avvicina, e che può essere dunque controproducente enfatizzare tali aspetti instaurando un clima rigido e serioso nel Dojo. Homma Sensei ha tenuto a sottolineare che tale seriosità e austerità nella didattica, non solo si dimostra controproducente in termini di approccio mentale dell’allievo, ma tali aspetti possono essere veri e propri muri difficili da scavalcare anche di fronte all’esecuzione pratica del più semplice dei movimenti. A questo Homma Sensei ha subito contrapposto, dimostrandolo praticamente, un tipo di insegnamento gioviale e scherzoso, mirato a sciogliere le tensioni e a stimolare l’aspetto ludico e divertente della pratica. Attenzione, che non si fraintenda. Le tecniche di Homma Sensei sono basate su una grande efficacia marziale, ma questo non deve essere per forza collegato ad un ambiente di musoni, anzi. Il messaggio è stato proprio quello che con un giusto atteggiamento, rilassato e sereno verso l’apprendimento di cose nuove, l’allievo recepisce molto di più e molto più in fretta. A tal proposito, Homma Sensei ha dimostrato, per esempio, che molti dei movimenti che vengono considerati peculiarità dell’Aikido, sono effettivamente gli stessi movimenti che noi facciamo nella vita quotidiana, magari quando siamo in mezzo ad una folla e cerchiamo di non urtare o non farci urtare dai nostri vicini. E’ interessante come tali movimenti, da noi praticati con naturalezza per anni, se spiegati e praticati su un tatami, possano trasformarsi immediatamente in ostacoli insormontabili, e questo semplicemente perché la nostra mente, nel momento stesso in cui mettiamo piede nel Dojo e indossiamo il keikogi, viene automaticamente preparata per recepire qualcosa di “esoterico e micidiale”, di complicato ed elitario. Qualcosa che affonda le sue radici in migliaia di anni di combattimenti per la vita o per la morte!.... Queste visioni tuonano nelle nostre menti in maniera così potente che dimentichiamo che noi muoviamo il nostro corpo da quando siamo in venuti al mondo, e che quindi non siamo certo degli sprovveduti dell’attività motoria. E’ interessante a questo punto fare una piccola riflessione su quanto sia più facile per noi imparare i movimenti dei balli di gruppo in un villaggio turistico, piuttosto che un semplice kaiten, o un tenkan. Bene inteso, con questo non si vuole affatto affermare che i taisabaki siano facili o assimilabili a un ”Alligalli”. È ovvio che l’efficacia dei movimenti delle arti marziali è insita in dettagli e sfumature che solo con anni di pratica possono essere carpiti e fatti propri. Tuttavia, come approccio iniziale, sarebbe bene abbozzare con naturalezza un movimento che si avvicini a quello che dovrebbe essere e sul quale poi si possa lavorare per gradi, piuttosto che focalizzare le proprie attenzioni e le proprie pretese su dettagli difficili da cogliere, rischiando che poi ci si fissi per mesi su di essi, perdendo da subito la visione generale di quello che si sta facendo. È un po’ come quando uno scultore si appresta a creare una statua. Sarà molto più facile abbozzare prima le proporzioni per poi scendere nei dettagli, che viceversa. Al termine dell’incontro, il maestro Homma ha onorato Samuel ed Aurora Onofri del titolo di: “Referenti dell’Associazione A.H.A.N.” Samuel e Aurora onorati e commossi, hanno ringraziato il Maestro, quindi Samuel si e’ rivolto con orgoglio agli allievi del Kihon dicendo: “ L’impegno di tutti noi, nelle iniziative del Kihon dojo, ci consente di guardare al futuro con la consapevolezza di far parte dell’A.H.A.N., una rete mondiale di aiuti umanitari che opera attraverso l’Aikido, che continua con grande determinazione a crescere nel mondo. Vi sono grato per il contributo che ciascuno di Voi ha dato personalmente al raggiungimento degli obiettivi e al supporto del progetto “Aikido ….Naturalmente”e ho il piacere di fare a Tutti Voi i miei complimenti per l’eccellente lavoro svolto.”
L'Aikido arriva ad Anzio con il Maestro Gaku Homma (Settimanale "Il
Granchio" 25.03.05)
Dato che il settimanale ha diffusione nel solo territorio di Anzio e
Nettuno e non sarebbe possibile accedervi in altri territori, ci
permettiamo di fornire una copia dell'articolo in
Il Maestro (by Samuel) Considerazioni sul Seminario di Homma Sensei (by Sahi) Il seminario che il maestro Homma ha tenuto quest’anno per la prima volta in Italia il 10, 11 e 12 Aprile 2004, ha rappresentato per gli allievi del Kihon e tutti i partecipanti, un evento molto importante nella via che un budoka si accinge a percorrere. Homma Sensei con il Suo insegnamento, ci ha esortato a riflettere, a comprendere il senso di ogni azione/tecnica senza dare nulla per scontato ma partendo sempre e comunque dall’origine, dal motivo; ed e’ proprio da qui che si deve partire, dall’origine, dal senso di ogni azione, pensiero, intenzione. Spesso, un errore molto comune e’ decidere di fare qualcosa senza capirne bene il motivo ne’ tantomeno le conseguenze. Il rischio/risultato e’ snaturare l’azione stessa, privandola della sua efficacia. Homma Sensei utilizza l’esempio di andare al cinema e vedere un film avendo perso i primi due minuti d’inizio, e dice che sicuramente perdere due minuti non ci preclude la comprensione del resto del film; ma non aver capito l’inizio significa aver omesso l’origine e tutti i legami successivi che comunque ne sono vincolati inesorabilmente. L’origine per me inizia con domande apparentemente molto semplici: 1. Perche’ ho deciso di praticare l’Aikido? Alla prima domanda potrei rispondere che mi piace l’idea di ricercare un equilibrio e controllo della mente attraverso lo studio di movimenti precisi del corpo (in situazioni di pericolo) 2. La mia interpretazione dell’Aikido Alla seconda domanda rispondo che per me l’Aikido non e’ solo un’arte marziale che muore sul tatami bensi’ una filosofia di vita; UNO ZEN DINAMICO. Una predisposizione dello spirito che si evolve con l’esercizio del corpo. Sensei Homma non perde occasione per ribadire che l’Aikido e’ infinito e che a fronte di un attacco la tecnica di risposta puo’ avere tante differenti sfumature; l’importante e’ non prescindere dall’origine, dai famosi 2 minuti del film persi in cui la scena prevede che ci sia un reale attacco una reale difesa e dove le possibilita’di “salvarsi” sono al 50%. E’ solo fissando bene certi punti che si può iniziare a praticare. La consapevolezza di ricevere un vero attacco e di dover affrontare un combattimento, e’ la base da cui nascono infinite possibilità, ma non si può prescindere da essa. Homma Sensei ci ha accennato alcune di queste infinite possibilità, lasciandoci tutti a bocca aperta, stupiti ed attoniti per quanto possa essere esteso l’orizzonte; eravamo entusiasti perchè ne riuscivamo tutti ad intuire la grandezza e questo grazie alla semplicità con cui Homma Sensei riusciva ad esprimere i concetti, alla Sua capacità di comunicare con tutti creando “contatto” con la Sua simpatia, alleggerendo l’atmosfera con il Suo humor del tutto inusuale tra i maestri del Suo rango. Il Suo esempio e’ un grande insegnamento per noi che abbiamo avuto la fortuna di incontrarlo. Sahi Gaku Homma Sensei per la prima volta in Italia - (by Samuel) Parlare, o peggio commentare un'esperienza come quella passata con un uomo come Homma Sensei, presenta le sue difficoltà, per lo meno per me. Il rischio più grande è quello di sentirsi in qualche modo inadeguati. La mia scelta quindi è quella di far parlare i fatti, consapevole che essi stessi risultino molto più penetranti delle mie impressioni. La storia inizia con la proposta
di un Amico, e qui scusate, ma vorrei spendere due parole. Scusate la digressione. Dicevo, la
storia inizia con dei dvd donati da Giuseppe appunto, che
riproducevano una sintesi della manifestazione di Aikido e arti
collaterali chiamata "Aiki Expo 2002 - 2003" e organizzata a Las
Vegas da Stanley Pranin. (ore e ore di dimostrazioni di maestri
vari.... meglio di un film con De Niro!) Inutile dire che mi sono
sciroppato tutto in un fiato (A dire la sincera verità qualche
dimostrazione l'ho saltata a piè pari appena viste le prime
tecniche... non entro in merito). Dopo ripetute visioni della
suddetta dimostrazione comincio a fare ricerche su internet e trovo
il sito ufficiale del Nippon Kan, Dojo sito in Denver (Colorado -
USA) di cui Homma Sensei è fondatore. Preso dall'entusiasmo, gli risposi subito che ovviamente saremmo stati onorati della sua visita, che avremmo pensato noi a tutto (vitto, alloggio, viaggio ecc.) e chiedendo informazioni sul suo onorario eventualmente ci avesse fatto l'onore di tenere anche un seminario. Stando alle abitudini dei maestri con cui avevo avuto a che fare, mi è sembrato del tutto naturale e doveroso fare di queste richieste e proposte. Ancora una volta ho sbagliato. Lui mi risponde spiegandomi che era suo uso, quando si spostava per visitare altri Dojo, provvedere per se stesso riguardo al viaggio, vitto e alloggio. Non solo, ma che per il seminario, che sarebbe dovuto durare almeno 3 giorni, Homma Sensei non avrebbe percepito alcun compenso, l'unica condizione era che parte del ricavato dovesse essere devoluto in beneficenza presso un ente locale scelto dal Dojo ospitante. Ora, caro lettore, probabilmente
ti sarai fermato per rileggere quest'ultimo periodo con la
convinzione di aver capito male. E adesso, dopo aver riletto con
attenzione, magari ti starai chiedendo: .... è la stessa domanda che mi
sono fatto io e allora ho dedotto che forse non ero stato abbastanza
chiaro sulla situazione del Kihon. E che magari se gli avessi
spiegato con chiarezza come effettivamente stavano le cose, avrebbe
cambiato idea. .... Alla mia email nella quale presentavo e chiarificavo la situazione del Kihon esponendo inoltre le mie perplessità sulla sua intenzione di tenere un seminario per un corso tanto giovane e con un numero di iscritti tanto esiguo, Emily (moglie e presidente del Nippon Kan, in vece di Homma Sensei) mi risponde che per il Maestro sarebbe stata una gioia praticare con me e con le persone con le quali praticavo abitualmente, e che non mi sarei dovuto minimamente preoccupare di nulla, riguardo al numero o al grado dei partecipanti. Esterrefatto dalla disponibilità e dalla generosità di quest'uomo, concordo la data con Emily in relazione al viaggio in Europa già programmato e, incredulo, trovo l'associazione a cui devolvere il ricavato (di cui parlerò in seguito) e mi accingo ad organizzare il tutto. Pur sapendo che per il Maestro non
ci sarebbero stati problemi nel tenere un seminario per il solo
Kihon ho pensato che comunque non sarebbe stato giusto che una
persona e un'iniziativa tanto importante e genuina dovesse restare
una nostra esclusiva. Decisi quindi di estendere l'invito a quanti
più dojo italiani possibile, non curandomi dell'appartenenza degli
stessi a federazioni, associazioni e organizzazioni varie. Viene il giorno dell'arrivo di
Homma Sensei con Emily e Rick (l'uke del Maestro), ed io e il mio
allievo Claudio (unico superstite della prima ondata di allievi del
Kihon) fremevamo all'aeroporto di Fiumicino. Al seminario hanno partecipato
praticanti delle più diverse organizzazioni aikidoistiche (e non) e
da subito si è instaurato quel clima di collaborazione che
generalmente sopisce forse troppo spesso sotto le etichette o le
definizioni. Intendo dire che molte volte si è portati ad attribuire
automaticamente alla persona le caratteristiche o le opinioni che ci
possiamo essere fatti dell' organizzazione di cui fa parte. E così
Tizio non è più Tizio praticante di Aikido, bensì "Tizio della tale
associazione nella quale tutti si credono di essere questo o quello
e invece..." (bla, bla, bla.... potremmo andare avanti per ore). Per l'intera durata del seminario
Homma Sensei ha profuso spunti interessantissimi e nuovi sull'1% dei
quali si potrebbe studiare per una vita intera. Per concludere in bellezza e come
precedentemente accennato, l'intero ricavato del seminario è stato
devoluto in favore dell'Associazione "Naturalmente o.n.l.u.s." di
cui il Sig. Mauro Taurelli è presidente e fondatore. Questo ha
accresciuto indubbiamente il senso di positività e di benessere
proprio della pratica con Homma Sensei. L'associazione Naturalmente
è un organismo no-profit che si prende cura giornalmente di ragazzi
affetti da problemi psico-motori in alcuni casi molto seri.
Attenzione, ho utilizzato volutamente il verbo "prendersi cura"
perché è realmente quello che queste persone eccezionali fanno con i
ragazzi che ospitano. Questo vuol dire che non si limitano a farli
mangiare e a tenerli per qualche ora del giorno, anche se,
credetemi, anche queste cose che a noi possono sembrare banali
costituiscono in alcuni casi delle enormi conquiste, bensì Mauro
Taurelli e il suo staff si impegnano quotidianamente nell'educarli e
nel rieducarli utilizzando varie tecniche e strumenti come la
musica, la scultura, il disegno, il gioco ecc. con una dedizione che
altro non potrei definire se non commovente.
Grazie Homma Sensei |
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