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AIKIBUDO
Benvenuto
nella sezione dedicata all'Aikibudo.
Il Kihon Aikibudo è uno stile indipendente
di Aikido.
Il Kihon Aikibudo è un modo di vedere lo studio
dell'Aikido basato sul metodo Kihon.
Il Kihon Aikibudo ricerca soluzioni
possibili a situazioni reali secondo i
principi AIKI.

Cos'è il
"Kihon Aikibudo"?
Il Kihon Aikibudo è un modo di
concepire lo studio dell'Arte Marziale in generale e l'Aikido in
particolare.
Come dice il termine, il Kihon Aikibudo consiste
nella rivisitazione dell'Aikido attraverso il Metodo Kihon.
In seguito a tale
rivisitazione, i principi originari dell'Aikido sono rinvenuti alla
luce e con essi anche il suffisso "BU", inserito in origine dal
Fondatore Morihei Ueshiba e poi tolto per motivi più commerciali che
altro, su consiglio del primo Doshu Kishomaru, figlio dello stesso
Fondatore.
Per capire cosa sia effettivamente il Kihon Aikibudo,
bisogna però fare un passo indietro e parlare dei processi
attraverso i quali si è diffuso l'Aikido.
Tutto quello che stiamo per dire è
frutto di informazioni apprese direttamente dai protagonisti di
questa vicenda verificate poi nell'ambito storico e socio-culturale
relativo al periodo in cui tale vicenda si è svolta, dalle origini
ai giorni nostri.
Prima di tutto diciamo che lo scopo originario del
Fondatore dell'Aikido, era senza ombra di dubbio l' EFFICACIA. A
suffragio di questa affermazione vi sono molteplici interviste nelle
quali il Fondatore stesso racconta che l'impulso primario della sua
ricerca marziale è stato dato da un'aggressione subita dal padre
quando lui era ancora ragazzo. Il Fondatore entra nei dettagli in
molte circostanze, tra i quali emerge che una delle considerazioni
più determinanti in termini della sua instancabile ricerca, fu
quella che, proprio perchè suo padre ara stato aggredito da più
persone, il metodo di combattimento che lui riteneva ideale, doveva
assicurare la difesa da attacchi multipli e armati.
Senza dilungarci
troppo in ulteriori dettagli relativi a questo tema, diciamo che,
nel tempo questi propositi squisitamente marziali, sono stati da
accompagnati da un interesse profondo del Fondatore verso la
filosofia, la religione e in generale gli studi umanistici.
Non dimentichiamo che il Fondatore è stato definito da molti come
uno dei più grandi idealisti/utopisti della storia dell'umanità, e
questo credo basti ad inquadrare la sua forma mentis.
Attraverso gli anni la sua ricerca ha
generato una elaborazione dell'arte marziale secondo i presupposti
appena citati giungendo ad una sintesi del tutto rivoluzionaria:
l'arte marziale doveva sì essere efficace tanto da mettere in
condizione di affrontare attacchi multipli armati e non ma, dato che
tutti siamo elementi inscindibili di un unico universo, doveva anche
assicurare la risoluzione del conflitto senza provocare danni
permanenti.
Se volessimo in effetti identificare la cosa
che differenzia l'Aikido da gli altri metodi di combattimento,
potremmo dire che consista proprio nell'applicazione di questo
ultimo concetto.
Un punto da sottolineare, nel caso non fosse già
chiaro leggendo tale principio, è che il tutto è intimamente legato
alla realtà. Quando infatti parliamo di efficacia, attenzione,
intendiamo EFFICACIA RISPETTO A SITUAZIONI REALI, senza "se", senza
"ma", e senza sconti, come dovrebbe sempre essere quando si conduce
uno studio serio di un sistema di combattimento. E la grande utopia
del Fondatore era proprio quella di applicare le la sua Arte alla
realtà per cambiare attraverso le tecniche Aiki il negativo
(rappresentato dalla realtà stessa, violenta e belligerante) in
positivo. Attraverso questo processo il praticante meditava e
cresceva elevandosi al disopra delle cose.
Era questo il proposito di OSensei
(come viene da sempre chiamato il Fondatore) nella sua forma
originaria. E questo noi seguiamo.
Bene, rimandiamo ora ad altra sede
l'analisi del perchè il citato caposaldo, nel tempo sia andato
perduto trasformandosi in cose strane derivanti da fin troppo libere
interpretazioni nelle quali poco di quello che si studia ha a che
fare con l'applicazione alla realtà. Fatto sta che tale principio
sta proprio alla base dello studio del Kihon Aikibudo. Noi crediamo
che per difendersi da situazioni di conflitto reale, sia necessario
studiare anche il reale e da esso partire per cercare soluzioni.
E' interessante notare come, con
questo sistema (che poi null'altro è se non il Metodo Kihon) si
arrivi quasi per magia alle tecniche che originariamente il
Fondatore aveva codificato. Per la dimostrazione di tale concetto
rimandiamo il lettore allo studio pratico.

Perchè
Aikibubo e non Aikido?
Come abbiamo accennato in in altri
paragrafi, il Fondatore dell'odierno Aikido, Morihei Ueshiba OSensei,
chiamò originariamente il suo metodo AIKIBUDO, e con questo nome lo
presentò al pubblico. Questo è confermato da due documenti. Il primo
è l'unico libro scritto dalla stesso Fondatore intitolato appunto "Aikibudo"
e pubblicato nel 1938, il secondo consiste nella sua prima
dimostrazione filmata nel 1935 nella quale lo stesso Fondatore
presenta il suo metodo definendolo appunto Aikibudo.
Perchè allora il nome si trasformò in
Aikido? O meglio perchè è stato tolto la parola BU dal nome
originario?
BU letteralmente vuol dire "marziale", quindi
togliere volutamente questa parola dal nome del metodo creato da
Ueshiba doveva essere un chiaro messaggio, e in effetti lo è stato
fin troppo, dato che da quel momento in poi la marzialità nell'Aikido
è andata scomparendo fino ad annullarsi del tutto ai giorni nostri.
Probabilmente la scelta aveva delle
motivazioni più propagandistiche che altro e alcuni documenti
imputano la cosa all'opera di convincimento operata dal figlio di
OSensei, Kishomaru che sarebbe stato poi il primo Doshu. A lui
dobbiamo senz'altro la grande diffusione che ha avuto l'Aikido nel
mondo e quindi anche il fatto che sia arrivato sino a noi. Tutto
questo ha avuto però il suo scotto da pagare.
Prima di tutto
dobbiamo prendere in considerazione il fatto che Kishomaru era
l'ultimo figlio di Morihei e che il ragazzo inizialmente non aveva
alcun interesse per l'arte creata dal padre. A lui piaceva molto
leggere e studiare, nonostante nutrisse grande rispetto per l'opera
del padre, come del resto era naturale nell'educazione giapponese
del tempo. Ad un certo punto però si pose il problema dell'eredità
di tutto ciò che Morihei aveva costruito e, secondo la tradizione
giapponese, tale eredità non poteva che essere trasferita per
discendenza diretta e consanguinea. Risultato: Kishomaru fu
obbligato a diventare non solo aikidoka, ma capo dell'Aikido. Che
gli piacesse o no, a tale destino il ragazzo non poteva opporsi.
OSensei gli mise alle costole i suoi più validi allievi, e piano
piano anche lui venne forgiato nella tecnica, ma non nell'indole.
Quando a lui fu
affidata la direzione del Kobukan che era il quartier generale dell'Aikido,
nel 1942, il Fondatore si ritirò a Iwama.
Da quel momento l'Aikido seguì di
fatto due vie, l'una guidata da Kishomaru, l'altra dallo stesso
Fondatore.
Le due vie, con l'andare del tempo divennero sempre
più divergenti, tanto che le visite del Fondatore all'Ombu Dojo di
Tokyo erano caratterizzate da grandi rimproveri da una parte (dal
Fondatore) e da grande insofferenza dall'altra (da Kishomaru e dai
maestri anziani dell'Ombu).
Di aspetti da
analizzare riguardanti le motivazioni di tali divergenze ce ne
sarebbero molti, ma non è in questa sede che vogliamo addentrarci in
essi. Diciamo solo che man mano l'Aikido di Tokyo divenne sempre
meno marziale. Attenzione, fu proprio per questa poca marzialità che
a l'Aikido fu concesso di continuare ad esistere nel dopo guerra,
quando le arti marziali vennero bandite dagli occupatori Americani.
In quegli anni Tokyo infatti brulicava di soldati dell'esercito
americano addetti al controllo delle attività "marziali". Sotto tale punto di vista la gestione del Doshu fu scaltra e strategicamente corretta, dato che mostrava che
l'Aikido non era un arte marziale, bensì un esercizio di
integrazione e di armonizzazione, e che quindi non poteva essere
"pericoloso" dal punto di vista militare.
Bhe.... fu quell'Aikido
che arrivò qui in occidente insieme ad un carico di altre strategie
di cui parleremo poi.
Detto questo e senza dilungarci
oltre, noi del Kihon crediamo all'impulso originario che spinse il
Fondatore a creare il suo meraviglioso metodo e, suggerì allo
Fondatore il nome "AIKIBUDO". In questa sede noi parleremo
di Aikido e Aikibudo come sinonimi più per comodità comunicativa che
altro. Per capire in cosa tecnicamente i due termini differiscono
invitiamo il lettore e venirci a trovare nel dojo dove saremo felici
di dimostrarlo più efficacemente.
Come ultima nota vorrei chiarificare un punto. Per
facilità comunicativa, abbiamo chiamato il corso "Aikido", e questo
perchè il neofita credo abbia un idea più chiara di questo nome
rispetto a "Aikiundo" che pochi sanno cosa effettivamente sia.
Mentre il corso avanzato di Kihon Aikibudo incude:
-
Aiki Undo
-
Kihon Kenpo
-
Kihon Aikibudo
I priimi due costituiscono la
grammatica e le basi necessarie per iniziare lo studio dell'Aikibudo
che riguarda il vero percorso marziale interiore in cui noi
fermamente crediamo.
Ovviamente l'allievo non
interessato al percorso proprio del Kihon Aikibudo può scegliere di
praticare anche solo Aiki Undo o Kihon Kenpo indifferentemente come
attività libere ed indipendenti.

Didattica del Kihon Aikibudo
Il Kihon Aikibudo articola la sua
didattica sullo studio degli opposti. Questo vuol dire che la sua
didattica prevede non solo lo studio delle tecniche Aiki (che
rappresentano il POSITIVO), ma anche tecniche di attacco (il
NEGATIVO). Il perchè è molto semplice:
ATTACCO VERO => TECNICA VERA
ATTACCO FALSO => TECNICA FALSA
Mi spiego.
Se un attacco viene portato in maniera autentica e sincera e con
l'intenzione di essere efficace e risolutivo, la tecnica che verrà
sviluppata in difesa da esso terrà conto di una serie di elementi
basilari propri dell'attacco e di chi che lo sta portando.
Automaticamente la tecnica dovrà essere efficace a sua volta e
quindi vera.
Viceversa se ci si allena difendendosi da attacchi portati senza
intenzione, tecnica, ed efficacia, non servirà applicare una tecnica
realmente efficace per fronteggiarli e gestirli.
Per far capire meglio il concetto io
uso fare l'esempio seguente:
"Un maestro di spada diede ad un
allievo una spada non affilata e gli chiese di tagliare un grosso
pezzo di burro.
Il ragazzo prese la spada e tagliò il burro senza
difficoltà.
Poi il maestro mise davanti al ragazzo una grossa
canna di bamboo.
Il ragazzo impugnò nuovamente la spada non affilata e
lanciò un fendente contro la canna per tagliarla, ma la canna rimase
intatta.
A quel punto il maestro prese la spada non affilata
dalle mani del ragazzo e cercò di tagliare anche lui la canna, ma
senza risultato.
Il maestro chiese allora al ragazzo
- Di chi è colpa
se la canna è ancora lì?
- Della spada Maestro.
Il maestro prese allora una
bellissima spada tagliente come un rasoio e la diede al ragazzo
perchè tagliasse nuovamente il bamboo.
Il ragazzo lanciò un fendente, ma la
lama si fermò solo all'inizio della canna, incastrandosi in essa.
Il maestro fece da parte il ragazzo,
sfilò la lama con energia e con un unico movimento lanciò un
fendente che tagliò nettamente la canna. Si rivolse al ragazzo e gli
chiese:
- Di chi è stata la colpa del fatto che il tuo taglio
non ha avuto successo?
- Mia maestro.
Il burro è l'attacco falso, la
spada non affilata è l'attacco falso, la canna è l'attacco vero e la
spada affilata è la tecnica vera.
Partendo da questi presupposti,
passiamo ora a piegare come questo principio si esplica praticamente
nella didattica Kihon Aikibudo.
La figura qui sotto sintetizza
graficamente gli elementi essenziali dello studio del Kihon Aikibudo:

Per chiarire ulteriormente le differenze dei tre
percorsi formativi, diremo che:
Il Kihon Kenpo è
caratterizzato dal proposito di risolvere una situazione reale di
pericolo rappresentata da un'aggressione di una o più persone armate
e non, senza porsi problemi etici riguardo ai danni causati per
risolverla.
Il Kihon Aikiundo è costituito dallo studio
grammaticale delle tecniche avanzate di Aikido (o di Aikibudo;
ricordiamo che per noi sono sinonimi) su situazioni didattiche e non
reali. Esso costituisce base e condizione indispensabile per poter
aspirare a praticare Kihon AIkibudo.
Il Kihon Aikibudo, analizza
situazioni di pericolo reali ed estreme, caratterizzate cioè dai
contesti peggiori, con gli avversari peggiori (cioè esperti di
combattimento), armati e non ecc. con il proposito di risolverle
applicando però principi etici. Praticamente senza provocare danni
permanenti. Le tecniche avanzate di Kihon Aikibudo consentono di
fare questo. Sostanzialmente si applicano le tecniche studiate nel
corso di Aikiundo ad attacchi reali che provengono dal Kenpo o da
altre arti di percussione come Pugilato, Karate, Taekwondo, kung fu
ecc., nonché da attacchi con armi di ogni genere.
Praticamente parlando il percorso
didattico di un allievo interessato al Kihon Aikibudo, segue le seguenti tappe:
-
Inizialmente
sceglie di praticare indifferentemente Kihon Aikiundo o un arte
di percussione completa (preferibilmente Kihon Kenpo, ma che
potrebbe essere benissimo un altro stile che preveda l'utilizzo
di braccia e gambe)
-
Nel momento in
cui l'allievo capisce di voler intraprendere lo studio del Kihon
Aikibudo, chiede al Direttore Didattico un colloquio personale.
-
Durante il
colloquio il Direttore Didattico valuterà se accettare l'allievo
nel corso di Kihon Aikibudo, oppure rimandare la cosa a momenti
più opportuni.
-
Se l'allievo
verrà ritenuto idoneo e pronto, inizierà da subito a studiare
l'altro elemento basilare mancante (se ha praticato Kihon
Aikiundo inizierà a praticare un'arte di percussione completa e
viceversa).
Attenzione: mentre l'arte di percussione può non essere
necessariamente il Kihon Kenpo e può essere praticata in altre
sedi con altri maestri, il Kihon Aikiundo è assolutamente
necessario e insostituibile nello studio delle basi didattiche.
-
Quando il
Direttore Didattico riterrà l'allievo pronto per lo studio del
Kihon Aikibudo, lo inviterà nelle sessioni speciali di
allenamento.

Il tempo in cui viviamo ha senza dubbio una
caratteristica che nessun altro periodo storico ha mai potuto
vantare: la scelta. Abbiamo talmente tante possibilità di scelta che
rimaniamo confusi, attoniti, come un bimbo desideroso di un
giocattolo che entra in un magazzino pieno di ogni tipo di
divertimenti. Ogni volta che abbiamo bisogno di qualcosa e la
cerchiamo, come minimo si aprono davanti a noi mille varianti dello
stesso oggetto, ad ogni prezzo, con differenze minime ma sempre
sostanziali. Se cerchiamo informazioni poi i numeri diventano
esponenziali tanto che lo sforzo maggiore sta il più delle volte nel
capire quale fonte sia più attendibile piuttosto che nell’apprendere
l’informazione stessa. Forse perché la nostra mente deve ancora
abituarsi a questo potente elemento che caratterizza la nostra
sfuggente era piena di cose, o forse per il poco tempo che abbiamo a
disposizione, che paradossalmente si restringe sempre più, ma
l’avere così tanta scelta ci pone in una condizione di continua
frustrazione. Raramente siamo sicuri di aver optato per l’opzione
giusta, consci che potevamo cercare altrove, forse meglio, forse di
più o con più attenzione ma nel contempo consapevoli di non avere
abbastanza tempo per poterlo fare, ed allora ci stanchiamo ed
accettiamo ciò che abbiamo deciso di prendere accantonando il
dubbio, evitando il quesito.
Probabilmente il problema di fondo è che in questo
grandissimo calderone di cose da scegliere che è il mondo di oggi,
il buono sta insieme al cattivo senza un criterio che identifichi
l’uno o l’altro. Per orientarsi si cercano commenti, opinioni che
molto spesso si contraddicono, esperienze, critiche, per poi
rendersi conto ben presto che critiche ed opinioni provengono da
persone come noi, con pregi, difetti, storie, manie e modi di vedere
le cose che molto spesso differiscono dai propri. Ed allora
l’attenzione si sposta nel capire la fonte dell’opinione o del
commento che stiamo apprendendo. Insomma, volevamo semplicemente
vedere un buon film al cinema ed invece ci ritroviamo a fare
psicoanalisi spicciola.
Tuttavia l’avere a disposizione un serbatoio così
grande e fornito dal quale attingere non è da considerarsi
negativamente, seppure abbia i suoi inconvenienti, credo invece che
la cosa essenziale sia trovare il metodo giusto per muoversi.
D’altronde quando l’uomo guardò per la prima volta il mare, fu
certamente intimorito dalla sua immensità, fino al momento in cui ha
imparato a navigare e ad orientarsi in esso in modo da poterlo
sfruttare a suo vantaggio.
Il metodo che andiamo a descrivere (il Metodo Kihon)
ha la presunzione di proporre un percorso per comprendere appunto il
fondamento delle cose per poi estrapolare da esse tutto il vero,
cercando, per quanto possibile di identificare il superfluo, sarà
poi a ognuno di noi decidere cosa fare sia delle verità trovate, sia
di quelle per così dire accessorie.
“Kihon” è una parola giapponese che significa
appunto “fondamento, base, punto cardine ecc.”, qualcosa che
definisce una o più caratteristiche peculiari di un oggetto che lo
rendono unico rispetto a qualsiasi altro”. Trovare il Kihon di
qualcosa significa carpire le motivazioni e le spinte fondamentali
che hanno dato origine a quella cosa, scremando con ponderata
attenzione tutto ciò che la storia o gli eventi, o l’uomo vi hanno
appiccicato sopra per altre finalità. E così, per fare l’esempio di
un’automobile, il suo kihon potrebbe essere quello che essa debba
essere “un mezzo semovente, efficiente che consenta di andare da
un posto ad un altro con un certo comfort e che risponda alle
fondamentali esigenze personali”. Ovviamente però se tutti
ragionassimo così esisterebbero si e no una decina di modelli che
consumano tutti pochissimo, nei quali le varianti potrebbero essere
quelle di avere quattro ruote motrici o due, e di essere più o meno
grandi a seconda dell’uso che se ne dovrebbe fare. Insomma l’esatto
contrario di quello che avviene oggi che sul mercato sono presenti
centinaia di modelli ognuno con almeno tre versioni che differiscono
anche solo per i cerchi in lega o kit estetici. Badate bene, non sto
criticando chi è appassionato di cerchi in lega e cromature,
l’importante credo sia avere coscienza di ciò che è sostanziale
oppure no, ed applicare quindi una scelta coerente e soprattutto
consapevole.
Ovviamente facendo il paragone di un’automobile
l’analisi del Kihon risulta una cosa relativamente semplice ed
intuitiva. Le cose si complicano un tantino quando l’oggetto
consiste in una corrente filosofica o religiosa, o di un pensiero o
di una forma d’arte, insomma, quando si entra nella sfera
dell’astratto questo Kihon diventa una cosa molto difficile da
scovare.
Il lavoro da fare ha molte similitudini con quello
dell’archeologo o del geologo. Entrambi, vedendo una banale collina,
in base alla terra, alle rocce, agli strumenti e a particolari
studi, sanno cosa dovrebbe esserci sotto ed allora scavano e
cercano, trovando antichi reperti o vene d’oro, dove noi magari
avremmo spensieratamente giocato a palla e mangiato carne alla
brace.
Il metodo della ricerca del Kihon, che chiameremo
semplicemente “Metodo Kihon, sebbene possa essere applicabile ad
ogni contesto, trova la sua massima espressione, e quindi utilità,
nell’analisi del pensiero nel senso più lato del termine, anche nel
caso in cui tale credenza o fede o modo di vedere le cose si
esplichi in qualcosa di pratico. Ne sono un esempio lampante le Arti
Marziali, che sono tra l’altro argomento di questo testo, le quali
esprimono praticamente dei modi diversi di vedere un unico argomento
(in questo caso il combattimento).
In particolare, oggetto della nostra analisi sarà
un’arte marziale che sta avendo larga diffusione in tutto il mondo:
l’Aikido della quale cercheremo appunto di trovare le verità
primarie (Kihon) utilizzando appunto il Metodo omonimo. Sul perché
di tale scelta parleremo approfonditamente in seguito.
Prima di procedere con la nostra ricerca, e quindi
con l’applicazione pratica del Metodo Kihon all’Aikido, è opportuno
però dare una breve descrizione delle sue fasi (di seguito
schematizzate) in modo da avere un quadro di insieme del percorso
che andremo a fare insieme.
VISUALIZZA LO
SCHEMA DEL METODO KIHON
L’Oggetto
La prima cosa che bisogna definire è l’oggetto della
nostra analisi. Sembra banale, ma forse risiede qui il nodo di
tutto. Nel caso in cui decidessimo per esempio di applicare il
Metodo Kihon per analizzare una particolare corrente filosofica,
dovremo innanzitutto capire cosa effettivamente sia una filosofia in
senso lato e quali siano generalmente le sue dinamiche in termini di
origine, consensi e diffusione. Sarà questo un ottimo punto di
partenza che ci permetterà di inquadrare il problema nella giusta
prospettiva.
L’Origine
Una volta capito di cosa stiamo parlando, sarà il
momento di cercare tutto ciò che riguarda la sua origine, dove per
origine si intendono: il dove, il quando, il come
ed il perché è nato l’oggetto della nostra analisi. In tutto
questo ovviamente rientra lo studio dell’eventuale biografia di chi
ha dato i natali all’oggetto stesso e delle spinte fondamentali che
lo hanno portato ad elaborare l’idea primaria, nonché agli eventi
che hanno poi portato alla sua definizione. Attenzione, per origine
non è da intendersi il momento in cui è nata la prima idea, bensì il
momento nel quale l’oggetto della nostra analisi è stato
consolidato, al termine del processo di creazione e definizione
ultima. Se ad esempio analizzassimo l’origine del cubismo, fondato
da Picasso, sarebbe del tutto inutile e fuorviante andare a
ricercare il primo quadro nel quale l’autore avesse dato il primo
accenno del nuovo stile. Sarà invece importante capire il processo
che ha condotto il genio dalla prima ispirazione alla definizione e
al consolidamento del pensiero, intendendo come “origine” l’intero
processo di creazione.
Prima di passare alla fase successiva vorrei solo
accennare ad un concetto che verrà sviluppato in seguito, e che
riveste ruolo chiave nella comprensione del metodo. L’intero
processo, che qui chiamiamo origine, attraversa essenzialmente
quattro fasi definite: MOTIVO – FUNZIONE – CORPO – FORMA, ed è
purtroppo quest’ultima che ha il potere di prendere vita a se e
annullare le tre precedenti. Non sforzatevi troppo di capire ora
quello che voglio dire con questa ultima frase, tra l’altro
volutamente ermetica, tenete semplicemente a mente questa
affermazione e conservatela con voi fino a quando non tenterò di
chiarificarne il senso.
La Comparazione
Ora che abbiamo compreso le motivazioni originali che
hanno fatto nascere l’oggetto, è arrivato il momento di compararle
con le sue caratteristiche di oggi, ponendo particolare attenzione
alla conservazione o no delle spinte primarie. Se dall’analisi delle
precedenti fasi ad esempio abbiamo appreso che la corrente
filosofica che stiamo analizzando è nata professando con convinzione
la povertà e trovassimo effettivamente gente che professa la
filosofia tenendo per se solo lo stretto necessario ad una dignitosa
sopravvivenza, capiremmo che questo dictat originario non è stato
perduto. Diremo allora che la filosofia ha conservato questo Kihon..
Viceversa se vedessimo i suoi fervidi adepti di oggi
girare in Ferrari, questo ovviamente ci dovrebbe far capire che
qualcosa del pensiero originario si è perso, nel qual caso dovremmo
ritornare all’analisi dell’origine e ripartire da lì per capire in
che punto e perché questo qualcosa sia andato perduto o si sia
trasformato in maniera così sostanziale. Alla fine di tale analisi
si dovrebbe essere arrivati a definire una sorta di elenco o di
lista delle differenze più sostanziali tra quello che era e quello
che attualmente è l’oggetto.
Si passerà quindi alla fase successiva: il
Ripercorrere.
Ripercorrere
Se siamo arrivati a questo punto evidentemente
abbiamo riscontrato delle più o meno evidenti incongruenze tra ciò
che originariamente doveva essere l’oggetto della nostra analisi e
quello che attualmente tale oggetto appare. Ripartendo dai
risultati dell’analisi fatta per capire l’origine di tale oggetto,
quindi dalle dinamiche primarie che hanno portato alla definizione
del primo messaggio, si cercherà di capire dove, come, quando e
perché sono avvenute tali modificazioni, e per farlo non possiamo
che andare ad attingere alla storia.
Ripercorrendo i periodi, i luoghi, gli eventi e i
personaggi che si sono fatti veicolo del messaggio, senza
tralasciare i contesti socio culturali attraverso i quali il
messaggio è stato coltivato, con un po’ di obbiettività si riuscirà
senza dubbio a capire alcune motivazioni fondamentali, che il più
delle volte non hanno nulla di particolarmente esotico.
Ricordo a tal proposito una disquisizione sul perché
nell’Aikido non si studiassero tecniche di calcio. C’era chi
affermava che fosse una scelta del Fondatore motivata dal fatto che
tali tecniche fossero poco rispettose dell’avversario, chi asseriva
con assoluta convinzione che era per una questione di sbilanciamento
e di sicurezza. Nel momento in cui si è andati invece a vedere un
po’ di storia si capì che il motivo consisteva nel semplice fatto
che l’Aikido proveniva da un‘elaborazione di tecniche antiche di
combattimento, studiate per i guerrieri che indossavano un’armatura
pesante diverse decine di chili, ed in quelle condizioni non era
certamente agevole alzare una gamba o fare spaccate acrobatiche.
Sintesi dei fondamenti.
Comprese le origini e i motivi delle modificazioni
nel tempo, dovremmo avere ora elementi sufficienti ad identificare i
veri capisaldi ed i concetti chiave (Kihon) di ciò che stiamo
analizzando. Per fare un esempio, il fatto che in Aikido non si
usino le gambe non dovrebbe essere visto come un caposaldo, a meno
che non si decida di andare in giro con un’armatura da samurai
dell’epoca feudale. Mentre un kihon potrebbe essere quello che le
tecniche dell’Aikido dovrebbero trasformare il negativo in positivo
(non chiedetevi adesso il significato di quest’ultimo concetto del
quale parleremo ampiamente in seguito).
La definizione dei Kihon, e quindi dei fondamenti,
che dovrebbe essere frutto di un’elaborazione ponderata ed
obbiettiva di contesti e fatti storici e socio-culturali, non è cosa
da poco. Si tratta infatti di sintetizzare l’essenza dei concetti
che caratterizzano una data cosa, ed è un processo che indubbiamente
presenta le sue difficoltà. Molto spesso può venirci in aiuto una la
comparazione con altri rami dello stesso argomento. Per fare ancora
l’esempio delle correnti artistiche, nel caso volessimo trovare I
kihon del Cubismo, potrebbe esserci utile comparare quest’ultimo al
Realismo, per individuare le differenze e quindi ciò che rende il
Cubismo unico nel suo genere, ma questo è solo uno degli strumenti a
nostra disposizione. Il più importante degli aiuti rimane sempre e
comunque il buonsenso.
Conservazione o
Cambiamento
Arrivati a questo punto, con a disposizione quelle
che abbiamo ragione di credere essere le verità sull’argomento,
tanto ricercate attraverso anni, luoghi e contesti, è arrivato il
momento di decidere cosa farci.
Fin qui, di fatto, non abbiamo fatto altro che
costruire una genuina consapevolezza di quello che appartiene alle
origini e di quello che è stato aggiunto o modificato
successivamente. Attenzione, il fatto che alcuni elementi di oggi
differiscano dai concetti primari non significa affatto che siano
per forza sbagliati. Molte volte essi hanno costituito di fatto un
miglioramento ed una evoluzione de messaggio originale, la cosa
essenziale è essere consapevoli e saper collocare i vari tasselli
nella loro corretta posizione, dando loro una motivazione plausibile
alla luce di studi ed analisi quanto più oggettive possibile. Fatto
questo quindi siamo di fronte ad un bivio che consiste in effetti
nel decidere di acquisire o no gli elementi che la storia ha
aggiunto.
Nel caso decidessimo di conservare i kihon,
che ricordiamo rappresentano i capisaldi originari del nostro
oggetto, sceglieremmo di preservare e coltivare il messaggio
originario, e lo potremo fare in due modi: adottando la Chiave
Tradizionale, e cioè applicando i fondamenti originari a
contesti originari, o scegliendo la Chiave Moderna,
applicando fondamenti originari a contesti attuali.
Chi sceglie di conservare gli elementi
originari utilizzando una chiave tradizionale si
comporterà in affetti esattamente come un musicista che interpreta
brani di musica classica e che studia attentamente ogni elemento che
possa aiutarlo a rendere ciò che il compositore volesse esprimere
con la sua opera al fine di una esecuzione più fedele possibile
all’originale. Chi sceglie questo registro non è interessato ad una
elaborazione personale di ciò che sta studiando, bensì i suoi sforzi
tendono ad una ricerca ed una conservazione delle soluzioni
scaturite dalla pratica dei kihon nell’ambito del contesto
d’origine, anche a costo di evidenti anacronismi. Ne è un esempio
lampante chi studia spada tradizionale….. a meno che non conosciate
qualcuno che vada in giro con la spada sotto il paltò in pieno
centro.
Coloro che scelgono invece di intraprendere la strada
della conservazione applicando una chiave moderna,
sempre per fare l’analogia con la musica, sarebbero dei musicisti
jazz, i quali, partendo pur sempre dallo studio di un pezzo classico
ne manterrebbero la struttura (quindi i kihon), variando però
l’interpretazione in base a ciò che in quel momento essi stessi
vogliono esprimere. In sostanza, chi sceglie di percorrere la via
della conservazione con questo particolare approccio, cerca di
applicare i concetti originali ai contesti attuali trovando
soluzioni nuove. E’ importante puntualizzare che le soluzioni nuove
non costituiscono affatto l’obbiettivo, bensì solo la conseguenza
naturale dell’applicazione del principio originario ad un contesto
moderno. Per fare un esempio concreto, se si capissimo che Mozart,
in un momento particolare di una sua composizione, avesse voluto
riprodurre il rombo di un tuono e, non avendo all’epoca i mezzi per
riprodurlo fedelmente, avesse optato per un rullio di timpani,
probabilmente nella nostra interpretazione di oggi inseriremmo,
adottando appunto la chiave moderna, un bel tuono prodotto dal
nostro modernissimo sintetizzatore. Avremmo cioè interpretato con
strumenti moderni, ciò che Mozart avrebbe voluto ottenere nel ‘700,
convinti che se fosse vissuto oggi avrebbe fatto probabilmente la
stessa scelta.
Siamo arrivati infine alla terza opzione, quella cioè
del Cambiamento. Che consiste appunto nella scelta di non mantenere,
o di mantenerne solo in parte, i fondamenti appresi dalla ricerca e
dagli studi di cui sopra (cioè i nostri amati kihon). Chi sceglie
questa linea di studio decide di fatto di cambiare, filtrare,
selezionare o stravolgere completamente i principi che hanno
caratterizzato l’origine dell’oggetto. Nulla di male ovviamente
ammesso che nel far questo si dimostri grande onestà e coerenza. Per
chiarificare il concetto prendiamo ancora l’esempio dell’arte, e
immaginiamo un pittore che inizia i suoi studi apprendendo il
realismo. Dopo un periodo nel quale produce quadri che raffigurano
la realtà nel modo più fedele possibile, la sua personalità lo porta
ad una visione diversa di ciò che lo circonda e comincia a
realizzare opere intrise di simboli e colori improbabili. Pensate
che a quel punto sia corretto che questo pittore continui a definire
la sua tecnica “realismo”? Ovviamente sarebbe per lui conveniente
sfruttare un nome ben noto a tutti, dicendo magari che il suo modo
di dipingere ne costituisce una branca, ma questo non sarebbe vero,
in quanto la sua tecnica nega di fatto i kihon del realismo che, lo
ricordiamo consistono nella riproduzione della realtà in maniera più
aderente possibile. La coerenza sta proprio qui. Nell’aver il
coraggio di definire in modo nuovo ed originale uno stile che non ha
nulla a che fare con quelli già presenti, oppure nel definirlo come
uno degli stili esistenti, nel caso abbia una consistente aderenza
con esso. Nel caso in cui per esempio il pittore, nella sua
filosofia pittorica riscontrasse aderenze sostanziali con i kihon
dell’impressionismo, sarebbe il caso di chiamarlo con questo nome.
Alla fine di questa breve presentazione, possiamo
affermare che, in ultima analisi, il metodo kihon ha di fatto
un’unica finalità:
La ricerca della realtà al fine di chiamare le
cose con il loro giusto nome.

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